Terre e rocce da scavo e riporti: i decreti "emergenze" e "fare" introducono ulteriori dubbi | Edilone.it

Terre e rocce da scavo e riporti: i decreti “emergenze” e “fare” introducono ulteriori dubbi

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E’ pacifico che ogni nuovo testo legislativo porti con sé dubbi interpretativi e applicativi, la cui risoluzione è affidata alla giurisprudenza, alla prassi e alla dottrina. Così è stato anche per il D.M. n. 161/2012[1] il quale, dopo una prima e difficile fase applicativa, stava ormai volgendo verso una normalizzazione. La frenetica attività legislativa dell’ultimo periodo, tuttavia, ha introdotto diversi correttivi che, sebbene evidentemente volti a fare chiarezza, creano maggiori e ben più gravi lacune o dubbi. Si è, quindi, di fronte al tipico caso in cui “la cura è peggio della malattia”.

Il decreto emergenze (D.L. n. 43/2013 convertito in legge n. 71/2013) e il decreto del Fare (D.L. 69/2013[2]), infatti, hanno modificato sia il campo di applicazione del D.M. n. 161/2012 sopra citato, sia la qualificazione giuridica dei riporti (altra questione particolarmente delicata e dibattuta). Il presente contributo, quindi, considererà entrambi gli aspetti nell’ottica di fornire possibili soluzioni interpretative.

 

 

La disciplina sulle terre e rocce da scavo e il relativo ambito di applicazione

L’art. 39, comma 4, del D.Lgs. n. 205/2010, riformando la disciplina sui rifiuti, da un lato, manteneva temporaneamente in vita l’art. 186 del D.Lgs. n. 152/2006 (avente, per l’appunto, ad oggetto la specifica disciplina per il riutilizzo delle terre e rocce da scavo), dall’altro, ne prevedeva l’abrogazione a far data dall’entrata in vigore del decreto ministeriale di cui all’art. 184 bis, comma 2, ossia al momento della possibile adozione di specifici criteri qualitativi e quantitativi per la qualifica dei materiali da scavo come sottoprodotti [1].

Successivamente, lo stesso art. 39, comma 4, è stato modificato, prevedendo che l’abrogazione dell’art. 186 decorresse dalla data di entrata in vigore di uno specifico decreto ministeriale previsto dall’art. 49 del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1 (convertito in legge n. 27/2012), che introducesse una disciplina ad hoc sul riutilizzo delle terre e rocce da scavo in generale.

Il D.M. n. 161/2012, dunque, rappresenta l’attuazione del citato decreto sviluppo e, come espressamente stabilito dall’art. 3 del medesimo, “si applica alla gestione dei materiali da scavo” in generale[2].

Fin dalla pubblicazione del nuovo regolamento, non sono mancate contestazioni in merito all’applicabilità dello stesso a tutti i cantieri, inclusi quelli di piccole dimensioni[3]. In particolare, veniva lamentata la violazione dell’art. 266, comma 7, del D.Lgs. n. 152/2006, secondo cui “con successivo decreto, adottato dal Ministro dell’ambiente e della tutela del territorio di concerto con i Ministri delle infrastrutture e dei trasporti, delle attività produttive e della salute, è dettata la disciplina per la semplificazione amministrativa delle procedure relative ai materiali, ivi incluse le terre e le rocce da scavo, provenienti da cantieri di piccole dimensioni la cui produzione non superi i seimila metri cubi di materiale nel rispetto delle disposizioni comunitarie in materia”.

Il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, quindi, con una nota di chiarimenti del 14 novembre 2012[4], specificava che il D.M. n. 161 non trattava i piccoli cantieri, escludendo così gli stessi dall’ambito di applicazione del regolamento medesimo. Nonostante il chiarimento ministeriale, il legislatore nazionale, in via d’urgenza, è nuovamente intervenuto sul punto.

Con l’art. 8 bis, comma 2, del D.L. n. 43/2013 convertito in legge n. 71/2013, è stato espressamente previsto che “alla gestione dei materiali da scavo, provenienti da cantieri di piccole dimensioni la cui produzione non superi i seimila metri cubi di materiale, continuano ad applicarsi su tutto il territorio nazionale le disposizioni stabilite dall’art. 186 del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, in deroga a quanto stabilito dell’art. 49 del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27”.

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