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Sicurezza del lavoro

Sicurezza del lavoro - Collaborazione Ispettorato del lavoro e Organizzazioni sindacali dei lavoratori
Lettera Circolare

In attesa di un organico riordinamento della disciplina sulla
sicurezza del lavoro, anche nel quadro della riforma sanitaria,
l’intervento pubblico in materia deve assumere un maggior contenuto
partecipativo delle componenti sociali operanti nel quadro
istituzionale che si concretizzi in un diretto coinvolgimento degli
enti locali – particolarmente tra essi gli Enti regione – e dei
lavoratori interessati, per il tramite delle loro organizzazioni
sindacali, titolari di un riconosciuto diritto all’esercizio
dell’attività prevenzionale.In vista di tale preminente
obiettivo, le SS.LL. dovranno imprimere carattere prioritario,
nell’esercizio dei compiti di legge, all’attività di
prevenzione degli infortuni e per la tutela della salute dei
lavoratori.Nell’esercizio dell’attività di competenza, gli
uffici dovranno attenersi alle seguenti direttive.1) Collaborazione
Ispettorato del lavoro e Organizzazioni sindacali dei lavoratoriI
rapporti tra l’Ispettorato del lavoro e le Organizzazioni sindacali
dei lavoratori debbono assumere carattere di sistematica
continuità ed intensità, nel rispetto reciproco delle
diverse sfere di intervento e dei differenti strumenti operativi,
entrambi finalizzati alla promozione della condizione e della
personalità dei lavoratori. Non sfugge infatti che solo un tipo
di prevenzione che inizi sul luogo di lavoro, a cura degli stessi
lavoratori interessati, e che prosegua poi per la successiva fase
dell’intervento ispettivo, può assicurare un’azione
antinfortunistica che sia permanente ed incisiva.Questa impostazione
trova il suo fondamento nell’art. 9 della legge 20 maggio 1970, n.
300, il quale, come è noto, crea, tra l’altro, un vero e
proprio diritto soggettivo dei lavoratori a controllare – mediante
loro rappresentanze – la applicazione delle norme per la prevenzione
degli infortuni e delle malattie professionali.Pertanto va ribadita
innanzi tutto l’esigenza che le ispezioni siano sempre precedute da
colloqui preliminari con le Organizzazioni sindacali aziendali, il cui
contributo potrà rivelarsi prezioso per l’individuazione
più sollecita e puntuale delle infrazioni in materia di
sicurezza, anche attraverso la collaborazione che sarà
richiesta durante il corso degli stessi accertamenti.Inoltre risponde
perfettamente alla logica del citato art. 9 della legge n. 300/1970,
l’instaurazione di una metodologia che, rilevate in sede ispettiva le
infrazioni alle norme sulla sicurezza e sull’igiene del lavoro, ne
preveda la comunicazione alle rappresentanze sindacali aziendali.Tale
collaborazione non dovrebbe determinare perplessità, in ordine
all’eventuale insorgenza di responsabilità di carattere penale,
in violazione degli obblighi cui sono tenuti i pubblici ufficiali in
generale, e gli Ispettori del lavoro in particolare, a causa della
complessa qualificazione giuridica delle loro attribuzioni.Tassative
remore alla pubblicizzazione delle infrazioni sono costituite
dall’obbligo del segreto istruttorio, in merito alle inchieste
infortuni, sia di iniziativa che disposte dall’Autorità
giudiziaria, e da quello del segreto industriale, inerente cioè
i processi di lavorazione (art. 4, L. 22 luglio 1961, n. 628).Al di
fuori di questi elementi rigidamente ostativi, non si ravvisano sul
piano della legittimità ulteriori impedimenti alla metodologia
che si intende introdurre, nell’ambito del precetto di cui all’art. 9
della citata legge n. 300/1970. Se i lavoratori, come si ripete, hanno
un diritto di controllo, da esercitare collettivamente in
corrispondenza dell’obbligo dell’imprenditore di adottare le misure
necessarie per la tutela dell’integrità fisica dei propri
dipendenti, é logico argomentare, anche in base a tale
importante principio innovativo, che l’ispettore del lavoro non violi
la sfera di riservatezza dell’imprenditore, nè alcun segreto
d’ufficio, nel momento in cui partecipa alle rappresentanze sindacali
le irregolarità riscontrate.Nè può essere
diversamente, in quanto l’Organo di vigilanza deve rendere conto
dell’attività svolta a quei soggetti che ne sono legittimati
dagli interessi di cui sono portatori e alla cui tutela
l’attività amministrativa è finalizzata.In coerenza a
quanto sopra, appare evidente che l’ispettore del lavoro non possa
sottrarsi all’obbligo di fornire notizie quando – dopo aver
interpellato gli organismi sindacali di fabbrica, come è prassi
ormai invalsa – ne riceva segnalazioni verbali o addirittura
dichiarazioni scritte che assumono forma e contenuto di denunce. Anche
a queste, bisogna quindi fornire riscontri puntuali ed esaurienti.Del
resto l’accertamento di infrazioni in materia di prevenzione ed igiene
del lavoro, che costituisce la constatazione di un fatto illecito
obiettivo, non è da confondersi con quelle "notizie"
comunicate all’Ispettorato o da questo richieste o rilevate per le
quali sussiste l’obbligo di riservatezza, previsto dall’art. 4 della
citata legge n. 628/1961. La mancanza di un mezzo protettivo,
l’inefficienza di un dispositivo di sicurezza, la carenza di idonee
attrezzature igienico-sanitarie, non possono essere considerate
"notizie" in quanto elementi concreti, già noti o
rilevabili dagli stessi lavoratori, quando non addirittura da essi
segnalati, prima o durante lo svolgimento degli accertamenti.Infine
è di intuitiva evidenza che, di fronte a constatate situazioni
di pericolo vi sia la necessità di rendere edotti per primi i
lavoratori che al pericolo sono esposti, sia per consentire ad essi
ogni possibile forma di difesa sia il controllo sulla rimozione delle
cause di pericolo.2) Soggetti destinatari delle comunicazioni delle
infrazioniAttesa la rilevata correlazione della prospettata
correlazione con la disciplina dell’art. 9 della legge n. 300/1970, si
ritiene che le comunicazioni delle infrazioni vadano effettuate
laddove esistano rappresentanze sindacali aziendali.In tal caso,
tenuto conto che obiettivo primario è quello di prevenire il
verificarsi o il ripetersi di eventi infortunistici, si manifesta
l’esigenza che i lavoratori – tramite le predette rappresentanze –
vengano informati con la massima tempestività sulle
irregolarità accertate, mediante comunicazione da effettuarsi
contestualmente al rilascio del foglio di prescrizione al datore di
lavoro.Si ritiene opportuno, peraltro, che ci si astenga dal dare
notizia delle contravvenzioni elevate, o di altri reati eventualmente
contestati.Qualora invece presso i luoghi di lavoro non esistano
rappresentanze sindacali di lavoratori, ed ove la natura ed il grado
delle infrazioni riscontrate lo richiedano, gli scopi prefissi sembra
possano essere ugualmente perseguiti mediante il rilascio di apposita
diffida che vincoli, in forza degli obblighi stabiliti dall’art. 4,
lett. b) del decreto del Presidente della Repubblica 27 aprile 1955,
n. 547, il datore di lavoro o chi lo rappresenti (dirigenti o
preposti) a portare a conoscenza dei lavoratori interessati le
prescrizioni e le disposizioni impartite3) Uso del potere
discrezionale e art. 437 cod. pen.Il potere discrezionale di diffida,
previsto dall’art. 9 del decreto del Presidente della Repubblica n.
520/1955, costituisce indubbiamente una delle connotazioni peculiari
dell’attività ispettiva.Detto potere si giustifica nella misura
in cui l’infrazione accertata non sia rivelatrice della tendenza del
datore di lavoro all’inosservanza delle norme di sicurezza e non
può mai assumere un carattere troppo generalizzato che,
svisando i presupposti, induca i destinatari delle norme a
considerarlo come un vero e proprio esimente delle
responsabilità penali che la norma stessa prevede. Tale
eventualità può verificarsi più spesso proprio
per le norme di sicurezza, specie per quei settori produttivi – come
l’edilizia – in cui la temporaneità dei lavori non sempre
consente lo svolgimento di una vigilanza attenta e tenace, fino alla
eliminazione delle infrazioni.Si rappresenta pertanto
l’opportunità che, nella vigilanza per la prevenzione degli
infortuni, il potere discrezionale sia utilizzato in rigorosa
applicazione del criterio di cui sopra, sicché assieme
all’esigenza di conseguire l’osservanza della legge, sia rispettata
anche quella di non vanificare la funzione intimidatrice e preventiva
della sanzione penale.In questo contesto sembra opportuno valutare con
particolare attenzione l’interesse che da più tempo e in
più occasioni la Magistratura va dimostrando verso una norma
del codice penale, l’art. 437, che nel passato era stata invece
scarsamente considerata.La norma penale citata, infatti, elevando a
delitto l’omissione di impianti, apparecchi o segnali destinati a
prevenire disastri o infortuni sul lavoro, da cui può derivare
una situazione di comune pericolo, e stabilendo severe pene detentive,
può rappresentare uno strumento operativo di notevole efficacia
preventiva.Si manifesta pertanto l’esigenza che, in relazione alle
particolari circostanze ed alle situazioni accertate, i soggetti
passivi, destinatari delle norme di prevenzione degli infortuni e di
igiene del lavoro, vengano esplicitamente edotti anche sulle
conseguenze penali di una volontaria omissione, derivanti
dall’applicazione dell’art. 437 cod. pen.

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