MINISTERO DELLE POLITICHE AGRICOLE ALIMENTARI E FORESTALI - DECRETO 10 gennaio 2007 | Edilone.it

MINISTERO DELLE POLITICHE AGRICOLE ALIMENTARI E FORESTALI – DECRETO 10 gennaio 2007

MINISTERO DELLE POLITICHE AGRICOLE ALIMENTARI E FORESTALI - DECRETO 10 gennaio 2007 - Approvazione del documento programmatico per il settore apistico (DAP), di cui all'articolo 5, comma 1 della legge 24 dicembre 2004, n. 313. (GU n. 61 del 14-3-2007)

MINISTERO DELLE POLITICHE AGRICOLE ALIMENTARI E FORESTALI

DECRETO 10 gennaio 2007
Approvazione del documento programmatico per il settore apistico
(DAP), di cui all’articolo 5, comma 1 della legge 24 dicembre 2004,
n. 313.

IL MINISTRO DELLE POLITICHE AGRICOLE
ALIMENTARI E FORESTALI
Vista la legge 24 dicembre 2004, n. 313, recante disciplina in
materia di apicoltura;
Visto in particolare l’art. 5 della citata legge n. 313/2004 che
prevede che il Ministro delle politiche agricole e forestali, previa
concertazione con gli enti, organizzazioni e associazioni di valenza
nazionale indicati nello stesso articolo, e previa intesa in sede di
Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le
province autonome di Trento e di Bolzano, adotti un documento
programmatico contenente gli indirizzi e il coordinamento delle
attivita’ per il settore apistico e contestualmente ripartisca le
risorse statali tra le materie indicate al comma 1 del medesimo art.
5;
Visto l’art. 11 della citata legge n. 313/2004, con il quale si
definisce la copertura finanziaria per lo svolgimento delle azioni
programmate di 2 milioni di euro per ciascuno degli anni 2004, 2005 e
2006;
Visto il «Documento programmatico per il settore apistico» (DPA),
predisposto dal Ministero delle politiche agricole e forestali in
forza dell’art. 5 della citata legge n. 313/2004, sul quale e’ stato
acquisita l’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo
Stato, le regioni e le province autonome di Trento e Bolzano nella
riunione del 26 gennaio 2006;
Vista la ripartizione, tra le materie di cui all’art. 5, comma 1
della legge 24 dicembre 2004, n. 313, delle risorse finanziarie
statali di Euro 2.000.000, stanziate per ciascuno degli anni 2004,
2005, 2006 per la realizzazione degli interventi previsti dal
«Documento programmatico per il settore apistico», sulla quale e’
stata acquisita l’intesa con la Conferenza permanente per i rapporti
tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di
Bolzano nella stessa riunione del 26 gennaio 2006;
Vista la decisione della Commissione europea C(2006)5705 del
22 novembre 2006 che dichiara compatibili con il mercato comune il
sistema di Aiuti di Stato previsti dal predetto documento
programmatico;
Decreta:

Art. 1.
E’ approvato e reso operativo il «Documento programmatico per il
settore apistico» (DAP) di cui all’art. 5, comma 1, della legge
24 dicembre 2004, n. 313, recante disciplina in materia di apicoltura
(Allegato 1).

Art. 2.
In coerenza con il «Documento programmatico per il settore
apistico» di cui all’art. 1 e’ approvata la ripartizione, tra le
materie indicate all’art. 5, comma 1, della legge 24 dicembre 2004,
n. 313, delle risorse finanziarie statali di Euro 2.000.000 stanziate
per ciascuno degli anni 2004, 2005 e 2006 per la realizzazione degli
interventi previsti dal documento programmatico stesso, giusta
tabella allegata al presente decreto (Allegato 2).
Il presente decreto sara’ inviato all’Organo di controllo per la
registrazione.
Roma, 10 genaio 2007
Il Ministro: De Castro
Registrato alla Corte dei conti il 5 febbraio 2007
Ufficio controllo atti Ministeri delle attivita’ produttive, registro
n. 1, foglio n. 100

Allegato 1
DOCUMENTO PROGRAMMATICO PER IL SETTORE APISTICO
(Legge 24 dicembre 2004, n. 313)
1. PREMESSA.
Il presente documento programmatico e’ stato predisposto per
rispondere alle esigenze normative previste dalla legge 24 dicembre
2004, n. 313, recante «Disciplina per l’apicoltura» che riconosce
l’apicoltura come attivita’ di interesse nazionale utile per la
conservazione dell’ambiente naturale, dell’ecosistema e
dell’agricoltura in generale ed e’ finalizzata a garantire
l’impollinazione naturale e la biodiversita’ di specie apistiche, con
particolare riferimento alla salvaguardia della razza di ape italiana
(Apis mellifera ligustica Spinola) e delle popolazioni di api
autoctone tipiche o delle zone di confine.
L’art. 5 della suddetta legge prevede che il Ministro delle
politiche agricole e forestali, previa intesa in sede di Conferenza
permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province
autonome di Trento e di Bolzano e previa concertazione con le
organizzazioni professionali agricole rappresentative a livello
nazionale, con le unioni nazionali di associazioni di produttori
apistici riconosciute ai sensi della normativa vigente, con le
organizzazioni nazionali degli apicoltori, con le organizzazioni
cooperative operanti nel settore apistico a livello nazionale e con
le associazioni a tutela dei consumatori, adotti un documento
programmatico di durata triennale, aggiornabile annualmente,
contenente gli indirizzi e il coordinamento delle attivita’ per il
settore apistico.
Cio’ anche ai fini dell’applicazione del regolamento (CE) n.
797/04 del Consiglio, del 24 aprile 2004, e di quanto previsto dalla
legge 23 dicembre 1999, n. 499, e successive modificazioni.
Il documento parte dall’analisi della situazione esistente nel
settore per poi procedere all’individuazione dei vincoli allo
sviluppo e, infine, alla definizione degli obiettivi e delle relative
azioni da perseguire coerentemente agli indirizzi contenuti in altri
strumenti di programmazione riguardanti il settore agricolo,
agroalimentare, della ricerca, dello sviluppo rurale.
2. IL QUADRO DELL’APICOLTURA MONDIALE.
2.2. La diffusione dell’apicoltura.
L’apicoltura e’ presente in quasi tutti i paesi del mondo,
seppure con diversa intensita’ e con caratteristiche specifiche che
riflettono le differenti condizioni ambientali e sociali e comportano
notevoli diversita’ di aspetti strutturali, livello professionale
degli operatori, tecnologia, metodi di allevamento e indirizzi
produttivi prevalenti.
Ovunque, in ambito internazionale, gli operatori del mondo
apistico si esprimono attraverso forme aggregate, Associazioni,
Federazioni, Cooperative, ecc., di rappresentanza. Una tradizione
talmente consolidata che si esprime, da oltre un secolo, in una
Federazione Internazionale delle Associazioni di Apicoltura –
APIMONDIA cui aderiscono oltre 70 Paesi a livello internazionale e
che trova giusto riconoscimento, quale Membro consultivo e
Osservatore permanente presso la FAO.
Nei principali paesi produttori il denominatore comune
dell’apicoltura moderna e’ l’utilizzo dell’arnia razionale a favo
mobile, essendo oramai l’arnia rustica solamente un elemento della
tradizione senza alcun rilievo nell’apicoltura produttiva. In diversi
paesi soprattutto dell’Africa e dell’Asia esistono invece forme
primitive di sfruttamento delle api, basate anche sulla predazione di
miele da sciami selvatici.
In base ai dati FAO e dell’APIMONDIA nel mondo sono presenti
oltre 60 milioni di alveari, appartenenti a circa 6,5 milioni di
apicoltori; la densita’ e’ maggiore in Europa, con una media di 2,8
alveari per kmq.
Il numero degli alveari, nonostante le avversita’ atmosferiche,
le patologie e le difficolta’ di conduzione, e’ in crescita specie
per l’emergente interesse alimentare ed economico – che questo
allevamento rappresenta per le popolazioni dei Paesi in via di
sviluppo.
La nuova legge n. 313/2004 riconosce l’apicoltura come attivita’
d’interesse nazionale, utile per la conservazione dell’ambiente
naturale, dell’ecosistema e dell’agricoltura in generale in quanto
finalizzata a garantire l’impollinazione naturale e la biodiversita’
di specie apistiche, con particolare riferimento alla salvaguardia
della razza di ape italiana (Apis mellifera ligustica Spinola) e
delle popolazioni di api autoctone tipiche o delle zone di confine.
Va, infatti, sottolineato come nei paesi ad agricoltura piu’
evoluta o intensiva, assume sempre piu’ importanza l’apporto che
l’apicoltura fornisce con l’impollinazione delle colture agricole e
della flora spontanea, in seguito alla progressiva riduzione
dell’entomofauna pronuba.
Inoltre, studi recenti hanno dimostrato quali sono gli incrementi
produttivi che l’ape determina garantendo l’impollinazione e il
mantenimento delle biodiversita’.
Detto apporto viene stimato nel mondo pari a circa 10 miliardi di
euro, ossia 100 volte piu’ di quanto l’ape e le sue produzioni
dirette non rappresentano in termine di PLV.
Vengono subito dopo la produzione di miele e, in misura minore,
di altri pregiati prodotti dell’alveare.
2.2. La produzione di miele.
Nel 2003 il volume mondiale della produzione di miele ammontava a
oltre 1,3 milioni di tonnellate, registrando un progressivo
incremento (+8% nell’ultimo decennio e +32% nell’arco di 20 anni),
principalmente ad opera dei paesi in via di sviluppo e ad economia
pianificata.
Le piu’ importanti aree produttive sono l’America centro
meridionale, seguita dall’Asia, dall’America Settentrionale e
dall’Oceania.
Nei Paesi ove l’attivita’ apistica e’ svolta principalmente a
fine di reddito, e la capacita’ professionale dei produttori si
evidenzia anche con una notevole standardizzazione delle attrezzature
e con il ricorso sistematico alla meccanizzazione delle operazioni.
La capacita’ dei Governi nazionali di pianificare e concentrare
l’offerta e’ tesa a creare un forte impatto della produzione
nazionale di miele sui mercati internazionali con produzioni che
spesso sono ben al di sotto degli standard qualitativi internazionali
ed europei.
Da rilevare che nella maggior parte dei Paesi, grandi produttori
ed esportatori di miele e di altri prodotti dell’alveare, i Governi
hanno insediato delle vere e proprie Agenzie Nazionali per
l’Apicoltura o National Honey Board (sedi istituzionali di
coordinamento delle Organizzazioni apistiche nazionali e i Ministeri
competenti) che presiedono alle politiche nazionali sulla difesa e
valorizzazione del comparto apistico e sulle attivita’ di indirizzo
delle politiche di promozione e commercializzazione del miele sui
mercati interni e internazionali.
2.3. Il mercato mondiale del miele.
Parallelamente all’incremento della produzione, iniziato con gli
anni settanta, e’ avvenuta una altrettanto forte espansione degli
scambi commerciali di miele.
Nel 2002 il mercato del miele a livello mondiale interessava
circa 1/3 della produzione, per un ammontare di 703 milioni di $, con
un aumento del 45% rispetto al dato del 1998. I motivi di questa
crescita sono vari. Per le sue buone caratteristiche di conservazione
e di trasporto, il miele e’ considerato a livello internazionale
un’ottima merce di scambio, soprattutto da parte dei paesi in via di
sviluppo che vedono nel prodotto una fonte di valuta pregiata. Grazie
a notevoli potenziali produttivi, questi paesi hanno accentuato la
produzione e quindi la loro presenza sui mercati internazionali,
determinando un incremento degli scambi e della concorrenza. Inoltre
va considerato che nei paesi industrializzati il miglioramento del
tenore di vita ha comportato la crescita delle importazioni di
prodotti alimentari e l’aumento del consumo di prodotti naturali e
dietetici. Talune grandi imprese di condizionamento e distribuzione
del miele si sono adeguate a questo trend, attraverso politiche di
commercializzazione piu’ dinamiche che consentissero di aumentare il
proprio mercato.
Tre paesi – Cina, Argentina e Messico – raggiungono da soli oltre
il 50% del quantitativo di miele annualmente esportato. I paesi del
Sud America esportano circa il 60% della loro produzione, quelli del
Centro e Nord America circa il 40% ed i paesi asiatici il 25%. Molto
attivi con le esportazioni sono anche i paesi dell’Est europeo.
Il flusso del commercio del miele e’ dunque orientato dai paesi
in via di sviluppo ai paesi industrializzati, i quali nel loro
insieme sono responsabili di oltre l’85% delle importazioni. L’area
principale importatrice di miele risulta essere l’Unione europea (in
particolare l’Ungheria e la Germania Federale), quindi gli Stati
Uniti e il Giappone.
3. IL QUADRO COMUNITARIO.
Secondo i dati ufficiali della Commissione europea, nel 2004
erano presenti nell’Unione europea (25 Stati membri) circa 12 milioni
di alveari, condotti da circa 700.000 apicoltori, capaci di produrre
166.000 tonnellate di miele.
In base ai dati statistici, si evidenzia in ambito comunitario,
cosi’ come anche in ambito internazionale, una spiccata prevalenza di
apicoltori di piccola dimensione aziendale.
La produzione media comunitaria si aggira attorno ai 14 kg di
miele per alveare all’anno e ogni apicoltore possiede mediamente 20
alveari. Si stima intorno all’1,5/2,5 % la presenza di apicoltori
professionisti, ai quali si puo’ attribuire il 50% circa della
produzione di miele effettivamente immessa sul mercato. Solo i Paesi
dell’area mediterranea (Spagna, Francia, Italia e Grecia) presentano
strutture produttive di dimensioni nettamente maggiori.
L’apicoltura praticata nell’Unione europea e’ alquanto evoluta ed
e’ caratterizzata da elevati standard di capacita’ tecnica, di
attrezzature impiegate, di igiene degli ambienti di lavorazione dei
prodotti apistici. L’Italia si distingue, tra tutti i Paesi della UE
e del mondo per le numerose aziende costruttrici di materiali e
attrezzature per l’apicoltura, che vengono largamente diffuse sul
territorio nazionale ma anche esportate verso altri Paesi a spiccata
vocazione apistica.
La produzione comunitaria di miele e’ nettamente insufficiente
rispetto al fabbisogno interno. Il grado di autoapprovvigionamento e’
attualmente inferiore al 50%.
Costante ed elevato e’ pertanto il ricorso ad importazioni di
miele dai paesi terzi, in prevalenza dal Centro e Sud America,
seguite da Est-Europa, Asia, Nord e Sud Africa. Le importazioni dalla
Cina sono state bloccate dal febbraio 2002 all’agosto 2004, a causa
del ritrovamento di residui di antibiotici non ammessi. Germania e
Regno Unito sono i maggiori importatori, ciascuno pero’ con dei
canali di approvvigionamento privilegiati. Si evidenzia in
particolare il ruolo svolto dalla Germania che, grazie all’elevato
consumo interno, ricorre in misura massiccia alle importazioni di
miele (e’ al primo posto tra i paesi importatori); tuttavia una certa
quota del prodotto importato, dopo essere stato nazionalizzato, viene
riesportato verso altri paesi della Comunita’ e in particolare verso
l’Italia. Pratica alla quale non sono estranei anche l’Olanda, la
Turchia, Malta, l’Ungheria e altri mercati di «scambio» del miele
destinato all’Unione europea.
Del tutto modeste sono le esportazioni dell’Unione europea,
mentre consistenti flussi commerciali si realizzano fra i paesi
membri, in conseguenza di una forte eterogeneita’ di situazioni, in
buona parte dovuta a diversita’ ambientali che influenzano il ciclo
di vita delle api e la disponibilita’ e varieta’ di risorse
nettarifere, maggiori ovviamente nei paesi dell’area mediterranea.
Il mercato del miele consta di due distinti segmenti: il miele da
tavola, utilizzato in ambiente domestico e dalla ristorazione e il
miele destinato alle industrie alimentari, farmaceutiche e della
cosmesi, la cui importanza si differenzia da paese a paese, ma
riguarda in genere il 15-20% dei consumi complessivi.
Il consumo di miele a livello comunitario, pur tra alti e bassi
legati anche a situazioni contingenti, mostra nel complesso una
tendenza all’aumento, grazie anche all’ottima immagine del prodotto
che si e’ consolidata presso il consumatore. Il consumo e’ piu’
elevato nei paesi piu’ industrializzati, in particolare modo in
quelli a clima freddo-temperato, con dieta (e prima colazione)
«continentale» ma si va sempre piu’ diffondendo anche nei Paesi a
clima caldo.
4. L’APICOLTURA ITALIANA.
4.1. Consistenza dell’apicoltura italiana.
In Italia l’attivita’ apistica e’ un’attivita’ agricola di
antiche e gloriose tradizioni, grazie ad un ambiente naturale
favorevole per condizioni climatiche e geografiche e alla presenza
della razza di api Apis mellifera ligustica Spin. particolarmente
adatta all’allevamento e da tutti considerata vero e proprio
patrimonio biologico dell’umanita’ per le riconosciute doti di
produttivita’, mansuetudine, adattabilita’ climatica, resistenza alle
malattie.
Da non trascurare, inoltre, la larga diffusione nel nostro Paese,
dell’allevamento delle api a titolo di studio, osservazione, piccola
produzione e autoconsumo grazie a prestigiose figure e testimonianze
storiche che hanno collocato l’allevamento di questo insetto tra le
pratiche predilette da una larga popolazione di stimatori, non sempre
e non solo agricoltori.
Risalgono al 1500, infatti, i primi testi stampati espressamente
riferiti all’allevamento delle api e gia’ a partire dai primi anni
del 1800 si distinguono nel nostro Paese organismi di squisito
carattere organizzativo, capaci di relazioni e scambi internazionali,
attivita’ congressuali, culturali e di sviluppo dell’allevamento
apistico e dell’indirizzo tecnico ai propri associati.
Si puo’ affermare, senza dubbi, che la moderna apicoltura
organizzata ha avuto in Italia un elevato e perdurante fenomeno di
affermazione sociale che non si e’ arrestato neanche nel corso dei
due ultimi conflitti bellici e che a partire dagli anni ’70 ha
assistito – pur nel perdurare di difficolta’ d’ordine sanitario,
economico, ambientale – ad una costante crescita e ad un
avvicinamento inconsueto di giovani all’allevamento delle api e
quindi all’agricoltura.
Notevoli difficolta’ si incontrano nel delineare sotto il profilo
quantitativo l’apicoltura italiana. Il censimento obbligatorio degli
alveari e’ previsto solo da alcune regioni e si realizza in modo
estremamente diversificato, in funzione delle scelte prioritarie
delle istituzioni locali (Assessorati regionali, Servizi veterinari);
le informazioni statistiche risultano spesso insufficienti e
imprecise, se non contraddittorie. La situazione e’ aggravata anche
dalle caratteristiche del settore: estrema polverizzazione aziendale,
eterogeneita’ dei soggetti economici interessati, profonde differenze
esistenti in ambito territoriale.
La determinazione della consistenza e della struttura del
comparto apicolo non e’ stata mai agevole e lo stesso ISTAT prende in
considerazione l’apicoltura unicamente in occasione dei censimenti
generali dell’agricoltura che, non essendo concepiti per stabilire la
consistenza degli allevamenti apistici, rilevano esclusivamente parte
degli allevamenti strutturati nel settore agricolo, laddove questi
coincidano con la disponibilita’ di terreno. Rimangono pertanto
esclusi i numerosi apicoltori, che a prescindere dalla loro
connotazione professionale, non associano l’apicoltura ad
un’attivita’ agricola ma che pure, nel mantenere in vita l’ape, nei
piu’ disparati ambienti naturali o agricoli, assicurano di fatto una
indispensabile e capillare impollinazione.
In base ai dati ufficiali, che negli ultimi anni sono stati
presentati dal MIPAF alla Commissione europea, il patrimonio apistico
italiano si attesta da tempo su 1.100.000 alveari e circa 75.000
apicoltori. Gli apicoltori sono da una decina d’anni in debole
costante crescita e di essi circa 7000 sono identificabili come
imprenditori apistici.
4.2 Le categorie professionali degli apicoltori.
La categoria degli apicoltori si presenta disomogenea ed e’
caratterizzata da un livello di professionalita’ estremamente
variabile. Il settore comprende infatti non solo figure espresse
dalla societa’ rurale ma anche e in misura considerevole figure
appartenenti alle piu’ disparate categorie sociali, animate da
motivazioni, finalita’ e convinzioni spesso assai diverse. E’ varia
di conseguenza la tipologia delle imprese, che si distinguono per
dimensione, finalita’ produttive, modalita’ di commercializzazione,
preparazione professionale e capacita’ imprenditoriali.
Gli apicoltori vengono classificati, dalla legge n. 313/2004, in
tre categorie, in funzione della connotazione civilistica della loro
attivita’.
L’art. 3 della legge n. 313/2004 definisce infatti «Apicoltore»
tutti coloro che detengono e conducono alveari, «Imprenditore
apistico» chiunque detiene e conduce alveari ai sensi dell’art. 2135
del codice civile e «Apicoltore professionista» chiunque detiene e
conduce alveari ai sensi dell’art. 2135 del codice civile e a titolo
principale.
La categoria piu’ numerosa (circa il 75%), e’ rappresentata da
apicoltori che come definito dall’art. 3, comma 1 della legge n.
313/2004, detengono e conducono un piccolo numero di alveari senza
precisi intenti economici se non di ottenere una produzione destinata
all’uso familiare o all’ambito contiguo e sicuramente svolgono un
ruolo importante nella tutela e diffusione dell’apicoltura sul
territorio, contribuendo al mantenimento della biodiversita’ e del
ruolo dell’ape come impollinatore naturale.
Gli «imprenditori apistici» rappresentano una categoria variegata
di operatori che esplicano l’attivita’ apistica a fine economico, in
integrazione ad altre attivita’ agricole o comunque per integrare il
proprio reddito. Si stima possano appartenere a questa categoria
circa il 14% degli Apicoltori italiani che conducono un patrimonio di
alveari pari al 15% del patrimonio apistico nazionale.
Secondo lo studio di settore ISMEA-Osservatorio gli apicoltori
professionali costituiscono una ristretta minoranza – in Italia come
in Europa e nel mondo – (meno del 2%), ma detengono una parte
consistente del patrimonio apistico totale. Un’azienda professionale
gestisce generalmente un numero di alveari di almeno 200-300
alveari/addetto, e il livello tecnologico della dotazione strutturale
e degli impianti e’ generalmente avanzato. A livello comunitario il
numero minimo di alveari posseduto da un apicoltore professionale e’
pari a circa 150 unita’, mentre a livello nazionale, in alcune
situazioni territoriali, il suddetto numero si aggira intorno ai 105
alveari.
A prescindere dalle generiche connotazioni professionali
preesistenti alla legge n. 313/2004 che solo ora consente, nel
definirle secondo precisi criteri, l’avvio di un reale processo di
configurazione delle realta’ apistiche operanti in Italia, negli
ultimi anni in Italia si e’ assistito ad un notevole incremento
dell’apicoltura produttiva, con un aumento del numero di alveari per
addetto e del numero di aziende, in particolare di giovani
imprenditori apistici.
Hanno invece subito un drastico ridimensionamento, a causa delle
crescenti difficolta’, soprattutto di ordine sanitario, la componente
degli apicoltori e quella degli imprenditori apistici con
insufficienti capacita’ professionali: si stima, in un arco di 20
anni, una perdita di oltre 20.000 apicoltori, mentre il numero degli
alveari si e’ mantenuto costante o e’ addirittura aumentato.
I comportamenti imprenditoriali nel settore apistico sono
estremamente diversificati, sia negli aspetti quantitativi che
qualitativi, relativamente alle produzioni (con tutti i risvolti
tecnici e sanitari connessi) e alla commercializzazione e alla
promozione del prodotto. Mentre per gli apicoltori non sussiste un
problema di commercializzazione, per tutti coloro che svolgono
l’attivita’ apistica a fine economico l’andamento del mercato e’,
invece, di vitale importanza e sono in crescita l’attenzione e la
capacita’ di intervento sulle problematiche che riguardano la
commercializzazione, la valorizzazione e la promozione dei prodotti.
4.3. Organizzazioni apistiche.
Sono diverse le Organizzazioni apistiche presenti sul territorio
nazionale. Tra queste quelle maggiormente rappresentative sono di
seguito riportate.
F.A.I. – Federazione Apicoltori.
La F.A.I. – Federazione Apicoltori Italiani, sorta nel 1953, e’
una organizzazione professionale alla quale aderiscono, in primo
luogo, gli organismi di primo grado ed anche gli apicoltori singoli
che operino, pero’, in zone del territorio nazionale ove non sono
gia’ presenti altri organismi associativi.
Detiene il marchio collettivo privato di origine e qualita’
denominato «Miele Italiano», istituito nel 1978, che contrassegna la
produzione italiana. Su tale marchio di qualita’ la F.A.I. ha finora
operato una intensa attivita’ di controllo e verifica della
rispondenza ai parametri fisico-chimici ed organolettici fissati
dalla normativa vigente e dal disciplinare di produzione.
Unaapi.
L’Unione Nazionale Associazioni Apicoltori Italiani e’ l’unica
unione di associazioni di produttori apistici operante in campo
nazionale riconosciuta dal MIRAAF con decreto ministeriale n. 9596348
del 28 novembre 1996.
Nell’ambito dell’Unione e’ attiva una specifica Commissione
sanitaria sulle modalita’ di lotta alle patologie apistiche.
Operano anche in maniera trasversale alle predette Organizzazioni
specifiche organizzazioni di categoria quali il Copait, (Associazione
per la produzione e la valorizzazione della pappa reale fresca
italiana) e l’A.I.A.A.R (l’Associazione italiana allevatori api
regine).
Nel settore e’ attivo anche il mondo della cooperazione che
immette sul mercato al consumo una quota significativa del prodotto
nazionale, tra le quali una delle piu’ rappresentative e’ il Conapi –
Consorzio Apicoltori e Agricoltori biologici Italiani.
4.4. La produzione e i consumi di miele.
Il prodotto principale dell’alveare e’ il miele, che grazie alle
sue peculiarita’ di alimento naturale ha conquistato una buona
immagine presso il consumatore italiano. Circa il 60% degli
apicoltori produce solo miele, essendo la diversificazione produttiva
prerogativa delle aziende di ampie dimensioni.
Secondo gli ultimi rilevamenti (Fonte ISMEA) la produzione media
annua di miele e’ attualmente di 11.100 tonnellate, quantita’ che
soddisfa circa la meta’ del fabbisogno interno.
Dal punto di vista della valorizzazione qualitativa del prodotto,
le potenzialita’ dell’apicoltura italiana sono notevoli: la
disponibilita’ di una flora diversificata e le favorevoli condizioni
climatiche consentono la produzione di una vasta gamma di mieli
uniflorali (cioe’ provenienti prevalentemente da un’unica specie
botanica), molti dei quali di caratteristiche pregiate. Tali
tipologie, come il miele di robinia (acacia), di agrumi, di sulla, di
castagno, ecc. si vanno sempre piu’ affermando sul mercato, mostrando
come la domanda si stia evolvendo verso prodotti che abbiano
specifici requisiti dal punto di vista organolettico e qualitativo.
Va anche rilevata la conquista di un segmento importante del mercato
italiano del miele prodotto secondo il metodo biologico.
Nonostante cio’ il consumo pro capite (meno di 500 g), sebbene
abbia avuto un certo incremento rispetto al passato, posiziona
l’Italia ai livelli piu’ bassi rispetto agli altri Paesi comunitari.
In risposta all’accresciuta qualificazione del mercato del miele
italiano e alla crescita di consumi che hanno caratterizzato gli
ultimi 25 anni, si e’ avuto un netto incremento produttivo
dell’apicoltura italiana, ma soprattutto si e’ registrata una forte
espansione dei flussi di importazione, il cui volume e’ praticamente
decuplicato. Oggi l’Italia e’ tra i maggiori paesi importatori di
miele, con un flusso dell’ordine delle 15.000 tonnellate annue, che
giungono principalmente da Argentina, Ungheria, Germania, e paesi
dell’Est europeo.
Per la quasi totalita’, le quantita’ importate vengono assorbite
dai grandi operatori industriali e commerciali e, in misura di circa
il 25%, sono utilizzate dall’industria come ingredienti.
Le esportazioni, pur con periodici alti e bassi legati a
particolari andamenti di mercato, si sono mantenute in questi ultimi
anni intorno alle 2.500 tonnellate (circa il 24% della produzione
nazionale), che attestano l’interesse e il potenziale che il miele
italiano rappresenta sui mercati internazionali. Il flusso
dell’esportazione si dirige prevalentemente verso partner europei,
principalmente la Germania che riceve circa i 3/4 della nostra
esportazione e la Svizzera.
4.4.1. I costi di produzione del miele.
Data la grande differenziazione di struttura produttiva e di
condizioni ambientali caratteristiche dell’apicoltura italiana, la
gestione economica delle aziende apistiche puo’ risultare
estremamente variabile.
L’utilizzo del conto economico e del controllo di gestione nelle
aziende degli imprenditori apistici e’ praticamente inesistente e
cio’ contribuisce a rendere ardua l’applicazione di modelli di
rilevazione. Il dato certo, per un settore che non gode di misure
strutturali di sostegno comunitarie e che, nel mercato globale, si
confronta con i costi e le modalita’ di produzione dei Paesi in via
di sviluppo, e’ l’enorme incidenza nei costi di produzione, rispetto
a questi Paesi, dei seguenti fattori:
– manodopera;
– qualita’ delle misure d’igiene della lavorazione;
– politiche di lotta sanitaria;
– carburanti.
4.4.2. La peculiarita’ del mercato del miele.
Il mercato del miele non e’ in linea di massima trasparente ne’
ordinato. Le notevoli differenze nei prezzi pagati agli apicoltori
sono dovute in sostanza alla dispersione dell’offerta e alla
eterogeneita’ delle reti commerciali. Tale situazione e’ aggravata
dalla carenza di dati e di statistiche ufficiali.
Permangono inefficienze nello stadio della produzione ed in
quello della lavorazione e commercializzazione del miele, che
contribuiscono al mantenimento di strati di economia sommersa.
Cio’ soprattutto a causa della frammentazione produttiva e delle
finalita’ stesse che caratterizzano in modo diverso gli apicoltori.
Parte delle piccole aziende, che pure producono a fini di reddito,
non si pone l’obiettivo di condurre un’analisi dei propri costi di
produzione e di vendere con margine che assicuri la necessaria
redditivita’. Molto spesso ci si affida, infatti, ad una generica
condizione «dettata dal mercato» che coincide con la domanda
prevalente in quel momento.
In questa situazione le leggi che regolano la domanda e l’offerta
del prodotto sono dettate prevalentemente da imprese agro-alimentari
di ampie dimensioni economiche, che commercializzano circa la meta’
della produzione nazionale e attraverso le quali passa anche gran
parte del miele di importazione (la cui disponibilita’ e prezzo
influenzano fortemente le quotazioni del miele). Domanda e offerta
del prodotto sono di fatto dettate prevalentemente da tali imprese,
che sono in grado di fissare i prezzi reali sul mercato.
Al polo opposto esiste, invece, una miriade di piccoli e
piccolissimi produttori che, di fatto, rischia di subire gli
andamenti di mercato cosi’ come vengono imposti, senza poter
contribuire alla loro determinazione.
Un’eccezione significativa a quanto sopra esposto e’ costituita
dalla componente di apicoltori che si e’ dotata di strutture
economiche di tipo cooperativo-associativo, che gestiscono una parte
percentualmente importante del miele di produzione nazionale.
Di un certo rilievo la realta’ degli apicoltori che operano in
particolari micromercati, nei quali riescono a realizzare prezzi
sufficientemente remunerativi dalla vendita diretta dei loro
prodotti, puntando spesso sulla qualita’ e sulla tipicita’ della loro
produzione. In questo caso i risultati economici positivi sono da
ricollegare all’acquisizione, da parte dell’apicoltore, di una buona
parte dei margini distributivi derivanti da un confronto diretto ed
immediato con il mercato e dal rapporto di fiducia che si viene a
stabilire attraverso la conoscenza personale.
Il prezzo al dettaglio subisce oscillazioni molto accentuate a
seconda del tipo e qualita’ di miele considerato, nonche’ del luogo
di commercializzazione. L’Italia, grazie alle particolari condizioni
climatiche e geografiche puo’ produrre numerosi tipi di miele
uniflorale di pregiata qualita’ e quindi esitabili a prezzi spesso
piu’ elevati rispetto al millefiori. Tale situazione consente piu’
che in altri Paesi di perseguire la qualificazione del prodotto
nazionale come strumento per garantire quei margini di remunerazione
necessari a mantenere lo sviluppo dell’attivita’ apistica.
Un fattore che ha condizionato il mercato negli ultimi anni e’
stato il rinvenimento di residui di farmaci veterinari (antibiotici)
in mieli di diversa provenienza (in particolare cloramfenicolo in
mieli Cinesi e nitrofurani in mieli Argentini). Tale circostanza,
verosimilmente preesistente, e portata alla luce grazie
all’evoluzione delle tecniche analitiche e ad una accresciuta
attenzione nei confronti della salubrita’ alimentare, ha causato per
la prima volta una carenza di prodotto che ha determinato un
temporaneo sovvertimento nel mercato mondiale del miele. La
ridefinizione delle tecniche sanitarie in apicoltura e’ probabilmente
la sfida centrale su cui si giocheranno le prospettive della parte
piu’ avanzata dell’apicoltura italiana e su cui dovra’ misurarsi il
mercato mondiale del miele.
4.5. Gli altri prodotti dell’alveare.
Oltre al miele l’apicoltura fornisce una serie di prodotti
pregiati, che si prestano ad essere commercializzati per una vasta
gamma di utilizzi: cera, propoli, polline, pappa reale, veleno d’api.
E’ inoltre in emersione, gia’ dagli anni ’70, una costante e forte
domanda europea e di alcuni Paesi arabi e nord africani di famiglie
di api e api regine, cui le condizioni climatiche di parte
dell’Italia consentirebbe di dare una risposta, che invece non riesce
ad essere per intero perseguita e soddisfatta a causa delle
insufficienti dimensioni produttive del comparto apistico nazionale e
delle inadeguate politiche di coordinamento tra gli apicoltori.
Queste produzioni richiedono livelli di specializzazione tecnica
e professionale piu’ elevati cosi’ come pure idonee azioni di
aggregazione dell’offerta e di valorizzazione del prodotto nazionale.
Non esistono valutazioni attendibili su tali produzioni, sui
relativi risultati economici e sull’incidenza che esse hanno
nell’economia dell’allevamento apistico. Si tratta comunque di
settori marginali di mercato, che risentono in misura rilevante della
concorrenza esercitata dal mercato mondiale, e per le quali mancano
interventi organici di valorizzazione.
In particolare si avverte l’esigenza di approfondire e completare
le conoscenze dei prodotti che hanno un impiego collegato a
proprieta’ salutari (propoli, gelatina reale, polline, veleno), sia
in relazione ai loro reali effetti, documentati da numerose
testimonianze ma non sufficientemente studiati a livello scientifico,
che per quanto attiene al controllo della loro qualita’ e genuinita’.
Accanto ai prodotti dell’alveare sopra menzionati, un’ulteriore
fonte di reddito integrativo per gli apicoltori e’ costituita dalla
produzione di sciami e di api regine e dal servizio di
impollinazione.
4.5.1. Gelatina reale (o pappa reale).
La gelatina reale e’ un prodotto di secrezione delle api operaie,
utilizzato per nutrire le larve nei primi giorni di vita e l’ape
regina per tutta la durata della vita. Ha una composizione ricca e
complessa (proteine, grassi, zuccheri, sali minerali, vitamine, etc.)
che la rende particolarmente apprezzata come alimento funzionale ad
alta attivita’ biologica: l’effetto piu’ comunemente pubblicizzato
consiste in un’azione tonica, in grado di migliorare le prestazioni
fisiche e intellettuali dell’individuo.
La produzione di gelatina reale richiede l’adozione di tecniche
particolari e un notevole impiego di manodopera. Il prodotto
attualmente commercializzato in Italia e in prevalenza di
importazione, ma negli ultimi anni la produzione nazionale e’
notevolmente aumentata, cominciando a rappresentare un’alternativa
interessante per incrementare il reddito di tutti gli
apicoltori.Cosi’ come e’ stata costituita un’associazione per la
valorizzazione della pappa reale fresca italiana andrebbero
ulteriormente promosse, in seno a tutto il comparto, adeguate
politiche di aggregazione e valorizzazione del prodotto italiano.
4.5.2. Cera.
E’ una secrezione ghiandolare delle api, che la utilizzano per la
costruzione dei favi, e si ottiene dalla disopercolatura dei favi,
effettuata prima di procedere all’estrazione del miele per
centrifugazione. La produzione e’ di 1-1,5 kg di cera per ogni
quintale di miele. Una piccola quota aggiuntiva (dell’ordine di 2-3
etti per alveare per anno) puo’ essere ottenuta dal recupero dei
vecchi favi che vengono periodicamente rinnovati.
La maggior parte della cera prodotta dagli apicoltori italiani
viene riutilizzata nello stesso ciclo produttivo apistico, per la
produzione dei fogli cerei, tuttavia la cera trova impiego in
numerosi campi: come materiale impermeabilizzante e protettivo,
nell’industria della meccanica di precisione, per le vernici e per
alcuni prodotti della casa, per la lavorazione del legno e del cuoio,
nell’arte, in medicina, nell’industria farmaceutica, in cosmetica e
nella fabbricazione di candele. L’approvvigionamento per tali usi e’
coperto prevalentemente dalle importazioni.
Andrebbe pertanto promossa e incentivata, anche in questo ambito
produttivo, una adeguata politica di sviluppo del mercato della cera,
specie di quella biologica e di qualita’.
4.5.3. Polline.
Il polline, elemento germinale maschile delle piante superiori,
viene bottinato dalle api e utilizzato prevalentemente
nell’alimentazione della covata, per il suo contenuto proteico.
L’apicoltore lo raccoglie mediante trappole che sottraggono
all’ape che rientra all’alveare il suo carico di polline. Da un
alveare si possono ottenere annualmente circa 4-5 kg di polline.
Il prodotto trova impiego come integratore alimentare per il suo
elevato valore biologico legato al contenuto di proteine, aminoacidi,
glucidi, oligoelementi e vitamine. Ha proprieta’ tonificanti e
stimolanti nonche’ proprieta’ di ripristino delle funzioni organiche.
La produzione di polline in Italia e’ molto ridotta e il mercato
e’ attualmente coperto dall’importazione, in prevalenza di prodotto
spagnolo.
Anche per questo prodotto, di sicura valenza strategica per la
integrazione del reddito degli operatori apistici una adeguata
politica di coordinamento potrebbe aiutare a far conseguire
all’Italia posizioni concorrenziali sia sul mercato interno che su
quello internazionale.
4.5.4 Propoli.
Il propoli e’ un derivato da sostanze resinose emesse in
prossimita’ delle gemme da alcune specie arboree; viene raccolto
dalle api, sottoposto all’azione di particolari secrezioni
ghiandolari, ed utilizzato all’interno dell’alveare per le sue
proprieta’ meccaniche e antimicrobiche. Viene impiegato per ricoprire
la superficie interna dell’arnia, chiudere fessure e interstizi, ed
isolare eventuali corpi estranei che non possono essere eliminati
all’esterno.
Si ottiene immettendo nell’alveare apposite griglie che le api
tendono a ricoprire di propoli (propolizzare) e che vengono
periodicamente ritirate.
Per le sue proprieta’ batteriostatiche, antimicotiche,
antiossidanti, antivirali, cicatrizzanti, anestetizzanti,
immunostimolanti e vasoprotettive il propoli e’ utilizzato in campo
medico e agronomico.
Il prodotto circolante in Italia e’ per gran parte di
importazione. Cina e Paesi dell’Est europeo e asiatico sono i nostri
principali fornitori. Anche in questo ambito, come per il polline,
l’Italia ha un potenziale in gran parte inespresso che meriterebbe di
essere adeguatamente promosso ai fini di una sua pronta emersione.
Crescenti e costanti, infatti, sono gli utilizzi a scopo farmaceutico
ed erboristico, oltre che agricolo, di questo particolare e
preziosissimo prodotto delle api.
4.5.5. Veleno.
Il veleno, prodotto da particolari ghiandole, e’ una sostanza che
le api impiegano per difesa, inoculandolo nei loro aggressori tramite
il pungiglione. Nell’uomo provoca dolore e gonfiore e, in soggetti
particolarmente sensibili, reazioni di shock allergico che possono
risultare mortali.
Viene raccolto mediante particolari dispositivi che provocano la
reazione di difesa da parte delle api attraverso un passaggio di
corrente elettrica a basso voltaggio.
Possiede notevoli proprieta’ farmacologiche (vasodilatatorie,
cardiotoniche, anticoagulanti) e viene usato nella cura di
sintomatologie artritiche e reumatiche. Il suo impiego come farmaco
e’ diffuso soprattutto in Germania, Francia ed in Russia, dove e’
stato studiato in maniera piu’ approfondita che in altri Paesi.
4.5.6. Famiglie di api e api regine.
L’ape italiana (Apis mellifera ligustica Spinola) e i suoi
ecotipi locali (Apis mellifera sicula e Apis mellifera carnica)
rappresentano per il nostro Paese un patrimonio vivo da difendere e
valorizzare per le sue peculiari caratteristiche di adattabilita’
all’ambiente, prolificita’, produttivita’ e mansuetudine che
consentono all’apicoltura italiana di garantire produzioni di
qualita’ costanti nel tempo. Le peculiarita’ dell’ape italiana sono a
tutt’oggi apprezzate in tutto il mondo. In modo particolare la sua
mansuetudine ne consente l’allevamento anche in territori agricoli
fortemente antropizzati quali sono alcuni territori agricoli e
forestali caratterizzati da essenze di interesse apistico, ma spesso
soggetti a forte frammentazione e polverizzazione. Attualmente la
produzione di api, famiglie di api e api regine italiane risulta
spesso circoscritta e/o insufficiente rispetto alle richieste del
mercato nazionale ed estero, necessita pertanto di essere
maggiormente valorizzata anche al fine di ostacolare l’introduzione
di materiale genetico da altri Paesi e incentivando gli agricoltori
all’impiego di api regine allevate e selezionate in Italia.
4.5.7. Proprieta’ medicinali salutari dei prodotti dell’alveare.
Per quanto riguarda i prodotti che hanno un impiego collegato a
proprieta’ salutari (propoli, gelatina reale, veleno), va
sottolineata la necessita’ di approfondire e completare le
conoscenze. Questi prodotti erano conosciuti e utilizzati fin
dall’antichita’, e numerosissime documentazioni e testimonianze hanno
apportato informazioni sulle loro proprieta’. I contributi sono
tuttavia frammentari e spesso non confrontabili tra loro, anche
perche’ si tratta di prodotti che presentano una naturale
variabilita’, e non sono ancora chiarite, sotto l’aspetto
scientifico, le loro effettive potenzialita’.
5. IL RUOLO DELL’APE NELLA PRODUZIONE AGRICOLA E NELLA CONSERVAZIONE
DELL’AMBIENTE: VALORE ECONOMICO E CULTURALE DEL SETTORE APISTICO.
Il valore dell’apicoltura, in termini di produzione lorda
vendibile e limitatamente al miele, puo’ essere stimato intorno ai
20,6 milioni di Euro all’anno. Comprendendo i prodotti minori, i
nuclei e le api regine il fatturato dovrebbe raggiungere i 30 milioni
di Euro, mentre l’indotto complessivo legato al settore apistico e’
stimato dell’ordine dei 57-62 milioni di Euro, valore che rappresenta
circa il 3 per mille della P.L.V. dell’intera agricoltura italiana.
Considerato in questi termini il settore appare quindi come
estremamente marginale nell’economia del nostro Paese.
Tuttavia, se si considera il valore economico direttamente
riconducibile all’azione impollinatrice svolta dalle api nei
confronti delle colture agrarie e della flora spontanea, l’apicoltura
puo’ essere ritenuta fra le piu’ importanti attivita’ economiche
nazionali. Secondo recenti ricerche il reddito diretto ascrivibile
alle api in termini di produzione agricola puo’ stimarsi dai 1.500 ai
2.600 milioni di euro; dipende altresi’ dalle api il successo
riproduttivo della flora spontanea (fra cui oltre l’80% delle specie
botaniche a rischio di estinzione), con un valore, in termini di
salvaguardia dell’ambiente e della biodiversita’ piu’ difficilmente
quantificabile, ma certamente ingente.
L’attivita’ apistica rappresenta inoltre un modello di
sfruttamento agricolo non distruttivo, con un impatto ambientale
praticamente nullo, cosa che rende l’apicoltura attivita’ agricola di
elezione per le aree marginali e le zone protette. Inoltre la
presenza stessa delle api e’ indice di una corretta gestione del
territorio, rivelando l’esistenza delle condizioni minime di
sopravvivenza anche per altre forme biologiche: L’ape e’ di fatto un
utile indicatore che contribuisce a definire lo stato di salute
dell’ambiente, dalla cui stabilita’ dipende anche il grado di
salubrita’ per l’uomo.
Infine, sul piano socio-culturale, l’esercizio dell’apicoltura e’
portatore di valenze storiche e tradizionali che possono
rappresentare un importante elemento per mantenere viva l’identita’
territoriale e rafforzare il tessuto sociale nelle zone rurali o
economicamente svantaggiate. Lo stesso miele, opportunamente
valorizzato come prodotto tipico strettamente legato al territorio di
produzione, e qualificato in funzione delle sue componenti di
interesse nutrizionale, puo’ costituire una valida risorsa economica
per tali zone.
L’apicoltura, lungi dall’essere un settore marginale, va quindi
incentivata, mediante specifici programmi di intervento e sostegno
agli apicoltori gia’ insediati e a quelli in via di insediamento,
come attivita’ agricola economicamente rilevante, multifunzionale e
sostenibile.
6. LE PRINCIPALI PATOLOGIE DELL’ALVEARE.
Le emergenze sanitarie degli ultimi due decenni se da un lato
hanno costituito uno stimolo alla riorganizzazione, al rinnovamento
tecnologico del settore e alla crescita professionale, dall’altro
condizionano seriamente l’esercizio dell’apicoltura, tanto che a
tutti i livelli non e’ piu’ possibile prescindere da una corretta
gestione igienico sanitaria basata su specifiche ed efficaci misure
di profilassi.
Varroasi e peste americana sono oggi le piu’ gravi e diffuse
patologie che investono l’apicoltura italiana in modo generalizzato
tanto da richiedere una sistematica e costante azione di prevenzione
e di lotta. Seguono patologie di minor diffusione e gravita’ quali la
nosemiasi, micosi e virosi e la peste europea, che in taluni
distretti e in alcune annate possono essere causa di perdite
economiche rilevanti.
6.1. Varroasi.
L’impatto di questa parassitosi con l’apicoltura italiana, nei
primi anni ottanta, e’ stato molto violento a causa
dell’impreparazione e della mancanza di coordinamento delle
iniziative e di mezzi adeguati di lotta con la conseguenza che sono
emerse tutte le problematiche connesse alla parassitosi: l’insorgenza
di patologie infettive secondarie, la carenza di prodotti
farmacologici adeguati, la farmaco resistenza, il rischio di
inquinamento dei prodotti con i residui degli acaricidi utilizzati, i
limiti della legislazione sanitaria.
A seguito dell’insorgere di fenomeni di farmacoresistenza, negli
anni ’90, sono stati sviluppati numerosi studi e sperimentazioni di
prodotti acaricidi a basso impatto (oli essenziali e acidi organici,
il cui uso e’ consentito anche in apicoltura biologica), tuttavia
tali strategie di lotta non sempre si sono dimostrate idonee a
contenere efficacemente la parassitosi.
La proposizione e la verifica sul campo di adeguati metodi
alternativi di lotta alla varroa, biologici, biotecnici o di lotta
integrata, e’ una sfida vitale per tutti i soggetti della filiera
apistica implicati: ricerca, associazioni e apicoltori.
6.2. Peste americana.
Si tratta della piu’ grave malattia infettiva delle api,
estremamente diffusa negli allevamenti apistici del nostro Paese,
tanto che in alcuni territori si puo’ considerare endemica.
Gli strumenti di lotta disponibili, basati sull’utilizzo
preventivo di antibiotici, tra l’altro non ammessi, risultano
inadeguati a contrastare l’infezione ed hanno contribuito al
radicarsi dell’infezione allo stato latente o subclinico e al
possibile sviluppo di ceppi batterici resistenti agli antibiotici.
Vi e’ la necessita’ di una vasta proposizione capillare e
verifica sul campo di adeguate pratiche di allevamento per il
contenimento di questa patologia senza utilizzo di antibiotici.
6.3. Aethina tumida.
Non va infine sottovalutato il grave rischio di nuove
parassitosi, come Aethina tumida, il piccolo coleottero dell’alveare
che ha causato ingenti danni all’apicoltura di altri Paesi e, seppure
non ancora segnalato sul territorio nazionale, ha gia’ manifestato la
sua presenza in Portogallo.
Urge, a tal proposito, l’implementazione di un programma
nazionale di sensibilizzazione rivolto a tutti gli interessati ai
fini di una diagnosi precoce del parassita e della migliore e piu’
tempestiva lotta sanitaria, qualora se ne constati la presenza.
7. NORME INTERNAZIONALI E NAZIONALI.
7.1. Disciplina della produzione e commercializzazione del miele.
I criteri di composizione e qualita’ del miele sono definiti a
livello internazionale dallo Standard internazionale del Codex
Alimentarius (Codex Standard 12/01) e a livello comunitario dalla
Direttiva n. 2001/110/CE del Consiglio del 20 dicembre 2001.
La predetta direttiva e’ stata recepita con il decreto
legislativo 25 maggio 2004 n. 179 (Gazzetta Ufficiale n. 168 del
20 luglio 2004). La nuova normativa contiene la definizione generale
di miele, l’indicazione delle principali varieta’ e la definizione di
miele industriale, stabilisce le caratteristiche di composizione e
prevede una serie di divieti specifici a salvaguardia della purezza
del prodotto.
In materia di metodi da utilizzare per verificare la rispondenza
del miele alle disposizioni del decreto, e’ stato stabilito che, fino
alla adozione di metodi decisi a livello comunitario, si applicano i
metodi ufficiali di analisi riportati nell’allegato al decreto del
Ministero delle politiche agricole e forestali 25 luglio 2003 che,
come indicato nel preambolo, reca «Approvazione dei metodi ufficiali
di analisi da applicarsi per la valutazione delle caratteristiche di
composizione del miele» ed e’ stato pubblicato nella Gazzetta
Ufficiale n. 185 del-l’11 agosto 2003.
Tali norme fissano limiti per una serie di parametri: contenuto
di acqua, contenuto di fruttosio e glucosio (somma dei due),
contenuto di saccarosio, acidita’, conducibilita’ elettrica, sostanze
insolubili, idrossimetilfurfurale e diastasi.
I criteri presi in considerazione dalle norme internazionali
definiscono un livello qualitativo di base, ma le aziende possono
stabilire criteri piu’ restrittivi per linee di qualita’ certificate
e controllate.
7.2. Il Regolamento (CE) n. 797/2004.
A livello comunitario attualmente e’ vigente il Regolamento (CE)
n. 797/2004 del Consiglio del 26 aprile 2004 relativo alle azioni
dirette a migliorare le condizioni della produzione e della
commercializzazione dei prodotti dell’apicoltura. Il suddetto
regolamento sostituisce il reg. (CE) n. 1221/97 e deriva dalla
necessita’ di adattare le azioni previste all’attuale situazione
dell’apicoltura comunitaria.
Il nuovo regolamento parte dalla constatazione che l’apicoltura
e’ un settore dell’agricoltura le cui funzioni principali sono
l’attivita’ economica e lo sviluppo rurale, la produzione di miele e
di altri prodotti dell’alveare e il contributo all’equilibrio
biologico. Il settore, inoltre, e’ caratterizzato dalla diversita’
delle condizioni di produzione e di resa, dalla frammentazione e
dall’eterogeneita’ degli operatori economici che intervengono a
livello sia della produzione che della commercializzazione. In
considerazione, inoltre, dell’elevata diffusione della varroasi
registrata negli ultimi anni in numerosi Stati membri e delle
difficolta’ che questa malattia comporta per cio’ che attiene alla
produzione di miele, il regolamento auspica un’azione a livello
comunitario in quanto si tratta di una malattia che non puo’ essere
eliminata completamente e che deve essere trattata con prodotti
autorizzati.
A tal fine viene previsto che gli Stati membri debbano effettuare
uno studio sulla struttura del settore dell’apicoltura nei loro
rispettivi territori a livello della produzione e della
commercializzazione e che debbano predisporre un programma di durata
triennale, in collaborazione con le organizzazioni e le cooperative
apistiche che deve prevedere azioni relative a:
a) assistenza tecnica agli apicoltori e alle associazioni di
apicoltori;
b) lotta contro la varroasi;
c) razionalizzazione della transumanza;
d) misure di sostegno ai laboratori di analisi delle
caratteristiche fisico-chimiche del miele;
e) misure di sostegno per il ripopolamento del patrimonio
apicolo comunitario;
f) collaborazione con gli organismi specializzati nella
realizzazione dei programmi di ricerca applicata nei settori
dell’apicoltura e dei prodotti dell’apicoltura.
Sono escluse dai programmi le azioni finanziate nell’ambito del
regolamento (CE) n. 1257/1999 del Consiglio, del 17 maggio 1999, sul
sostegno allo sviluppo rurale da parte del Fondo europeo agricolo di
orientamento e garanzia (FEAOG). La Comunita’ partecipa al
finanziamento dei programmi nella misura del 50% delle spese
sostenute dagli Stati membri.
7.3. Regolamento (CE) n. 1071/2005.
La Commissione CE con il regolamento (CE) n. 1071/2005 del
1° luglio 2005 ha stabilito le modalita’ di applicazione del
regolamento (CE) n. 2826/2000 sulle azioni di informazione e di
promozione dei prodotti agricoli sul mercato interno. In particolare
e’ stato definito l’elenco dei prodotti agricoli nonche’ le linee
direttrici per la promozione sul mercato interno del miele.
7.4. DOP e IGP: Norme di riferimento.
La normativa di riferimento e’ rappresentata dal Regolamento
(CEE) n. 2081 del Consiglio del 14 luglio 1992 relativo alla
protezione delle Indicazioni geografiche e delle Denominazioni
d’origine dei prodotti agricoli ed alimentari.
Detto regolamento rappresenta il testo di riferimento in cui
vengono forniti: le definizioni di DOP e IGP, gli elementi
indispensabili per la redazione del disciplinare, la prassi per
l’istanza di registrazione e di modifica del disciplinare, le norme
per il controllo, l’ambito della protezione.
La norma intende stabilire regole comuni per la tutela delle
denominazioni d’origine e delle indicazioni geografiche intese a
valorizzare prodotti specifici, di qualita’ e provenienti da una zona
geografica delimitata favorendo nel contempo la diversificazione
della produzione agricola nel contesto dello sviluppo rurale.
In base a questo regolamento per Denominazione d’Origine Protetta
(DOP) si intende il nome di una regione, di un luogo determinato o di
un paese, che serve a designare un prodotto originario di tale area
geografica e la cui qualita’ o le cui caratteristiche sono dovute
essenzialmente o esclusivamente all’ambiente geografico comprensivo
di fattori naturali ed umani e la cui produzione avviene per l’intero
processo nell’area delimitata; si intende, invece, per Indicazione
Geografica Protetta (IGP): il nome di una regione, di un luogo
determinato o di un paese, che serve a designare un prodotto
originario di tale area geografica e di cui una determinata qualita’
la reputazione o un’altra caratteristica possa essere attribuita
all’origine geografica e almeno una parte della produzione avvenga
nell’area delimitata.
Il regolamento n. 2081/82 e’ stato successivamente modificato dai
Regolamenti (CE) n. 535/97, n. 1068/97 e n. 2796/2000.
Le norme applicative sono disciplinate dal Regolamento (CEE) n.
2037/93 della Commissione del 27 luglio 1993, che stabilisce le
modalita’ d’applicazione del regolamento (CEE) n. 2081/92, prevede il
sistema di informazione dei consumatori sui prodotti registrati a
livello comunitario e riporta il dettaglio grafico del logo DOP e
IGP.
7.5. L’apicoltura biologica.
Per regolamentare le produzioni animali provenienti da
allevamenti biologici, la Comunita’ europea ha emanato nell’agosto
1999 il regolamento n. 1804/99/CE sulla zootecnia biologica, ispirato
a principi di riduzione dell’impatto ambientale, sostenibilita’ del
processo produttivo, preservazione della biodiversita’ e degli
equilibri dell’ecosistema, salubrita’ delle fonti alimentari,
restrizione nell’uso delle sostanze chimiche. Lo specifico settore
del regolamento dedicato all’apicoltura stabilisce le norme per la
conduzione dell’allevamento (scelta delle razze, ubicazione degli
apiari, alimentazione artificiale, profilassi e cure veterinarie,
etc.).
I meccanismi di tutela del consumatore sono analoghi a quelli
previsti dagli altri regolamenti europei: la garanzia del rispetto
delle regole sottoscritte e’ attuata attraverso il sistema
dell’organismo certificatore operante secondo le norme EN 45000 (UNI
CEI EN 45011), e il consumatore puo’ riconoscere il prodotto «da
agricoltura biologica» attraverso il logo comunitario.
Con decreto 29 marzo 2001, che modifica il precedente decreto
ministeriale del 4 agosto 2000, il Ministero delle politiche agricole
e forestali ha dato attuazione al citato regolamento e ha fornito le
linee guida sulla tracciabilita’ e rintracciabilita’ dei prodotti
animali biologici, nonche’ modelli adeguati per la rappresentazione
delle attivita’ degli operatori, al fine di rendere trasparente il
processo produttivo e di consentire agli organismi di controllo di
effettuare gli opportuni riscontri per il rilascio di attestazioni
d’idoneita’ sul prodotto da inviare al mercato.
7.6. Le norme nazionali.
7.6.1. La legge n. 313/2004 disciplina dell’apicoltura.
A livello nazionale il settore e’ regolamentato dalla legge
24 dicembre 2004, n. 313 «Disciplina dell’apicoltura». La norma
riconosce l’apicoltura come attivita’ di interesse nazionale utile
per la conservazione dell’ambiente naturale, dell’ecosistema e
dell’agricoltura in generale in quanto finalizzata a garantire
l’impollinazione naturale e la biodiversita’ di specie apistiche, con
particolare riferimento alla salvaguardia della razza di ape italiana
(Apis mellifera ligustica Spinola) e delle popolazioni di api
autoctone tipiche o delle zone di confine.
La nuova normativa all’art. 2 assimila la conduzione zootecnica
delle api alle attivita’ agricole di cui all’art. 2135 del codice
civile e stabilisce che sono considerati prodotti agricoli tutti i
prodotti dell’apicoltura. All’art. 3 fornisce le definizioni di tutti
i termini usati comunemente nel settore. L’art. 4 disciplina l’uso
dei fitofarmaci, mentre l’art. 5 detta disposizioni per la stesura
del Documento programmatico per il settore apistico, che deve essere
predisposto dal Ministro delle politiche agricole e forestali, previa
intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato,
le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano e previa
concertazione con le organizzazioni professionali agricole
rappresentative a livello nazionale, con le unioni nazionali di
associazioni di produttori apistici riconosciute ai sensi della
normativa vigente, con le organizzazioni nazionali degli apicoltori,
con le organizzazioni cooperative operanti nel settore apistico a
livello nazionale e con le associazioni a tutela dei consumatori.
Il suddetto documento, di durata triennale e aggiornabile
annualmente, deve essere indirizzato, in particolare a:
a) promuovere e tutelare i prodotti apistici italiani e i
processi di tracciabilita’ ai sensi dell’art. 18 del decreto
legislativo 18 maggio 2001, n. 228;
b) tutelare il miele italiano conformemente alla direttiva
2001/110/CE del Consiglio, del 20 dicembre 2001;
c) valorizzare i prodotti con denominazione di origine protetta
e con indicazione geografica protetta e Specialita’ Tradizionale
Garantita, ai sensi dei regolamenti (CEE) n. 2081/92 e n. 2082/92 del
Consiglio, del 14 luglio 1992, e successive modificazioni, nonche’
del miele prodotto secondo il metodo di produzione biologico, ai
sensi del regolamento (CEE) n. 2092/91 del Consiglio, del 24 giugno
1991, e successive modificazioni;
d) sostenere le forme associative di livello nazionale tra
apicoltori e promuovere la stipula di accordi professionali;
e) sviluppare i programmi di ricerca e di sperimentazione
apistica, d’intesa con le organizzazioni apistiche;
f) favorire l’integrazione tra apicoltura e agricoltura;
g) fornire indicazioni generali sui limiti e divieti cui
possono essere sottoposti i trattamenti antiparassitari con prodotti
fitosanitari ed erbicidi tossici per le api sulle colture arboree,
erbacee, ornamentali, coltivate e spontanee durante il periodo di
fioritura;
h) individuare i limiti e i divieti di impiego di colture di
interesse mellifero derivanti da organismi geneticamente modificati;
i) incentivare la pratica dell’impollinazione a mezzo di api,
dell’allevamento apistico e del nomadismo;
m) favorire la tutela e lo sviluppo delle cultivar delle
essenze nettarifere, in funzione della biodiversita’;
n) determinare gli interventi economici di risanamento e di
controllo per la lotta contro la varroasi e le altre patologie
dell’alveare;
o) potenziare e dare attuazione ai controlli sui prodotti
apistici di origine extracomunitaria, comunitaria e nazionale;
p) incentivare l’insediamento e la permanenza dei giovani nel
settore apistico;
q) prevedere la corresponsione di indennita’ compensative per
gli apicoltori che operano nelle zone montane o svantaggiate;
r) salvaguardare e promuovere la selezione in purezza dell’ape
italiana (Apis mellifera ligustica Spinola) e dell’Apis mellifera
sicula Montagano e incentivare l’impiego di api regine italiane con
provenienza da centri di selezione genetica, operanti nel territorio
nazionale.
Al suddetto documento programmatico devono essere allegati:
a) i programmi apistici predisposti, previa concertazione con
le organizzazioni dei produttori apistici, con le organizzazioni
professionali agricole e con le associazioni degli apicoltori e del
movimento cooperativo operanti nel settore apistico a livello
regionale, da ogni singola regione;
b) i programmi interregionali o le azioni comuni riguardanti
l’insieme delle regioni, da realizzare in forma cofinanziata.
L’art. 6 prevede, ai fini della profilassi e del controllo
sanitario, l’obbligo, per chiunque detenga alveari, di farne
denuncia, stabilendone le relative modalita’. L’art. 7 stabilisce le
norme, per un adeguato sfruttamento delle risorse nettarifere, alle
quali lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di
Bolzano, devono attenersi al fine di incentivare la conduzione
zootecnica delle api e la pratica economico-produttiva del nomadismo.
L’art. 8 definisce le distanze minime alle quali devono essere
collocati gli alveari, mentre l’art. 9 riconosce l’attivita’ di
impollinazione, a tutti gli effetti, attivita’ agricola per
connessione, ai sensi dell’art. 2135, secondo comma, del codice
civile. L’art. 11 infine autorizza la spesa di 2 milioni di euro per
ciascuno degli anni 2004, 2005 e 2006.
7.6.2. Le altre norme nazionali.
Prima che il settore apistico fosse dotato di uno strumento
legislativo aggiornato e adeguato ai tempi, l’organizzazione
professionale degli apicoltori in Italia e’ stata disciplinata dalla
legge 18 marzo 1926, n. 562, in applicazione del regio decreto legge
n. 2079/1925, concernente «Provvedimenti per la difesa
dell’apicoltura».
Tra le altre norme emanate a livello nazionale si ricorda il
decreto-legge 21 maggio 2004 n. 179 di attuazione della Direttiva
2001/110/CE concernente il miele e il decreto del Ministero per le
politiche agricole 25 luglio 2003 di approvazione dei metodi
ufficiali di analisi da applicarsi per la valutazione delle
caratteristiche di composizione del miele.
Al settore apistico si applica anche una serie di norme relative
all’intero comparto agro-alimentare.
Il decreto legislativo del 30 aprile 1998, n. 173, che detta
disposizioni in materia di contenimento dei costi di produzione e per
il rafforzamento strutturale delle imprese agricole, a norma
dell’art. 55, commi 14 e 15, della legge 27 dicembre 1997, n. 449.
Il decreto del 29 maggio 1998 del Ministero per le politiche
agricole Individuazione delle procedure concernenti le autorizzazioni
degli organismi di controllo privati in materia di indicazioni
geografiche protette e delle denominazioni di origine protette.
La legge 21 dicembre 1999, n. 526 Disposizioni per l’adempimento
di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunita’
europee – legge comunitaria 1999, che detta nuove norme relative ai
Controlli e alla vigilanza sulle denominazioni protette e sulle
attestazioni di specificita).
La Circolare del 13 gennaio 2000, n. 1 del Ministero delle
politiche agricole e forestali stabilisce le Modalita’ per il
rilascio delle autorizzazioni ai laboratori adibiti al controllo
ufficiale dei prodotti a denominazione di origine e ad indicazione
geografica, registrati in ambito comunitario.
Il decreto legislativo 26 maggio 1997, n. 156, recante attuazione
della direttiva 93/99/CEE concernente misure supplementari in merito
al controllo ufficiale dei prodotti alimentari, individua all’art. 3
i requisiti minimi dei laboratori che effettuano analisi finalizzate
a detto controllo: tra essi e’ prevista la conformita’ ai criteri
generali stabiliti dalla norma europea EN 45001 e alle procedure
standard previste nei punti 3 e 8 dell’allegato II al decreto
legislativo 27 gennaio 1992, n. 128. L’art. 5 di tale decreto prevede
che le amministrazioni dello Stato, nell’ambito della rispettiva
competenza, designano gli organismi responsabili della valutazione e
del riconoscimento dei laboratori preposti al controllo ufficiale:
gli organismi predetti e le procedure di valutazione devono essere
conformi ai criteri generali stabiliti rispettivamente dalle norme
europee EN 45003 e EN 45002.
Il decreto del 12 aprile 2000 del Ministero delle politiche
agricole e forestali individua i criteri di rappresentanza negli
organi sociali dei consorzi di tutela delle denominazioni di origine
protette (DOP) e delle indicazioni geografiche protette (IGP).
La Circolare 28 giugno 2000, n. 4 del Ministro delle politiche
agricole e forestali detta le modalita’ per la presentazione delle
istanze di registrazione delle denominazioni di origine e delle
indicazioni geografiche protette ai sensi dell’art. 5 del regolamento
(CEE) n. 2081/92 e individua le relative procedure amministrative.
Il decreto del 12 settembre 2000, n. 410 del Ministero delle
politiche agricole e forestali adotta il regolamento concernente la
ripartizione dei costi derivanti dalle attivita’ dei Consorzi di
tutela delle denominazioni di origine e delle indicazioni geografiche
protette incaricati dal Ministero delle politiche agricole e
forestali.
Il decreto del 12 ottobre 2000 del Ministero delle politiche
agricole e forestali detta disposizioni in materia di collaborazione
dei consorzi di tutela delle DOP e IGP con l’Ispettorato centrale
repressione frodi nell’attivita’ di vigilanza, tutela e salvaguardia
delle DOP e IGP.
7.6.3. Disciplinare dell’albo nazionale degli allevatori di api
regine.
L’Albo, istituito con decreto ministeriale n. 20984 del 10 marzo
1997, modificato con decreto ministeriale n. 21547 del 28 maggio 1999
presso l’Istituto Nazionale di Apicoltura (ai sensi del decreto legge
n. 529 del 30 dicembre 1992), rappresenta lo strumento per la difesa
e il miglioramento delle razze di Apis mellifera allevate in Italia
ed ha la finalita’ di indirizzare sul piano tecnico l’attivita’ di
allevamento e di selezione al fine della loro valorizzazione
economica. L’Albo e’ strutturato in 2 sezioni corrispondenti alle
razze di api autoctone nel territorio italiano: Apis mellifera
ligustica e Apis mellifera sicula, con possibilita’ di eventuali
specificazioni e ampliamenti, in seguito all’acquisizione di
migliorate cognizioni genetiche su popolazioni allevate in
particolari regioni del territorio nazionale.
Allo svolgimento e al coordinamento delle attivita’ dell’Albo si
provvede con la Commissione tecnica centrale, l’Ufficio centrale e il
Corpo degli esperti. La Commissione tecnica centrale, tra gli altri,
ha il compito di determinare i criteri per la tipizzazione genetica
delle razze ligustica e sicula e dei rispettivi requisiti funzionali
ai fini del miglioramento genetico e per la protezione delle altre
popolazioni autoctone allevate in Italia. La stessa, inoltre, deve
definire gli indirizzi e i parametri biologico-tecnici ed
igienico-sanitari per la conduzione degli allevamenti di api regine e
per evitare l’inquinamento del patrimonio genetico, anche attraverso
l’istituzione di zone di allevamento protette e stazioni di
accoppiamento; di deliberare l’ammissione all’Albo e l’eventuale
sospensione.
Il capitolo II definisce le modalita’ di ammissione degli
allevatori alle sezioni dell’albo stabilendo i requisiti che devono
avere gli allevatori di api regine per essere ammessi all’Albo.
Il capitolo V stabilisce che per la valutazione delle produzioni
ottenute a seguito dell’applicazione di programmi di miglioramento
genetico ci si avvale di esperti in Analisi Sensoriale del Miele e di
esperti in Analisi Melissopalinologica, iscritti in Albi regolati da
appositi Disciplinari, approvati dal Ministero per le politiche
agricole.
L’Allegato B riporta il disciplinare delle norme tecniche di
selezione mentre l’Allegato C e’ relativo al Disciplinare
dell’istituzione e funzionamento delle stazioni di fecondazione.
7.6.4. Disciplinare dell’albo nazionale degli esperti in analisi
sensoriale del miele e Disciplinare dell’albo nazionale degli esperti
in melissopalinologia.
Gli Albi, istituiti con decreto ministeriale n. 21547 del
28 maggio 1999 presso l’Istituto Nazionale di Apicoltura,
rappresentano lo strumento per assicurare la validita’ delle
valutazioni sulla qualita’ e sull’origine botanica del miele
effettuate attraverso l’analisi sensoriale e l’analisi
melissopalinologica.
Allo svolgimento e al coordinamento delle attivita’ dei due Albi
si provvede con i rispettivi Comitati di gestione, che hanno anche il
compito di stabilire le norme tecniche, e Uffici centrali, che
provvedono ad espletare i compiti relativi al funzionamento degli
albi.
Le norme tecniche dei due disciplinari stabiliscono finalita’ e
metodologie delle analisi sensoriale e melissopalinologica,
definiscono i criteri per la formazione e l’aggiornamento e fissano
le modalita’ per l’iscrizione agli albi degli esperti.
7.7. Le norme igienico-sanitarie.
Le disposizioni legislative che esplicitamente fanno riferimento
alla sanita’ dell’alveare sono le seguenti:
– legge 18 marzo 1926, n. 562, in applicazione del regio
decreto legge n. 2079/1925, concernente «Provvedimenti per la difesa
dell’apicoltura», che disciplina sotto il profilo generale
l’esercizio dell’apicoltura;
– ordinanza Ministero della sanita’ del 17 febbraio 1995,
recante le norme di profilassi contro la varroasi.
Le malattie delle api sono contemplate nel Regolamento di Polizia
veterinaria (decreto del Presidente della Repubblica 8 febbraio
1954), che dispone i provvedimenti contro le malattie infettive e
diffusive delle api e assoggetta a misure comuni forme morbose
diverse per eziologia ed epidemiologia e gravita’. Solo per la
varroasi e’ stata emanata ad integrazione del regolamento un’apposita
ordinanza piu’ volte aggiornata. In caso di denuncia di malattie
infettive e diffusive e’ prevista una serie di provvedimenti
restrittivi disposti dal sindaco (isolamento e sequestro degli apiari
infetti) a completamento dei quali puo’ essere ordinata la
distruzione delle famiglie infette e del materiale possibile veicolo
di contagio.
Le altre norme che regolamentano questo settore sono quelle che
riguardano l’intero comparto agro-alimentare.
Il decreto legislativo 26 maggio 1997, n. 155 di recepimento
delle direttive 93/43/CEE e 96/3/CE disciplina le modalita’ di
autocontrollo basate sulla metodologia HACCP, secondo la quale il
responsabile dell’industria alimentare deve garantire l’idoneita’ del
proprio processo produttivo, dal punto di vista igienico e della
sicurezza alimentare. L’autocontrollo e’ uno strumento di produzione
basato sulla conoscenza dei punti critici e sulla capacita’
d’intervento.
La legge n. 283/1962 detta norme per la «Disciplina igienica
della produzione e della vendita delle sostanze alimentari e delle
bevande» e ad essa fa esplicito riferimento il decreto legislativo n.
179/2004 di attuazione della direttiva 2001/110/CE concernente il
miele.
Il Regolamento CEE 2377/90 e successive modifiche fissa i limiti
massimi di residui (LMR) di medicinali veterinari negli alimenti di
origine animale. Sulla base di studi tossicologici le sostanze
farmacologicamente attive (s.f.a.) impiegate in medicinali veterinari
vengono suddivise in 4 classi e riportate in elenchi soggetti ad
aggiornamento continuo.
L’allegato I fornisce l’elenco delle s.f.a. per le quali sono
stati stabiliti LMR definitivi.
L’allegato II riporta l’elenco delle s.f.a. non soggette a LMR e
quello delle s.f.a. per le quali sono stati stabiliti LMR provvisori.
L’allegato III fissa per ogni s.f.a. gli LMR relativi alle
diverse categorie di alimenti.
L’allegato IV l’elenco delle s.f.a. per le quali non puo’ essere
stabilito alcun LMR in quanto costituiscono un rischio per la salute
del consumatore. La somministrazione di tali sostanze e’ quindi
vietata nell’intera Comunita’ europea.
Nella Comunita’ non e’ autorizzata l’immissione sul mercato di
farmaci veterinari per i quali non sia determinato il livello di
residualita’ nel prodotto alimentare finito. L’organismo deputato a
valutare queste procedure e’ l’EMEA (Agenzia Europea per la
Valutazione dei Prodotti Medicinali), di cui fa parte il CVMP
(Comitato per i Prodotti Medicinali Veterinari).
La direttiva 96/23/CE attuata con il decreto legislativo n.
336/1999 concernente le misure di controllo di talune sostanze e sui
loro residui negli animali vivi e nei loro prodotti stabilisce le
linee guida per il controllo, le modalita’ per i campionamenti e per
il piano di monitoraggio nazionale e le categorie di residui da
determinare per ogni prodotto di origine animale.
7.8 Iniziative regionali.
In tutte le regioni sono state emanate leggi per la tutela e la
valorizzazione dell’apicoltura, che prevedono iniziative e misure a
vari livelli (nomadismo, tutela e il miglioramento genetico della
razza, anagrafe apistica etc.). Si riportano di seguito i riferimenti
delle diverse normative regionali.
– Valle d’Aosta, legge n. 56 del 24 agosto 1982, n. 78 del
27 ottobre 1993;
– Piemonte, legge n. 20 del 3 agosto 1998;
– Liguria, legge n. 36 del 9 luglio 1984, n. 5 del 26 marzo 1987;
– Lombardia, legge n. 5/2004 (articoli 11 – 12);
– Veneto, legge n. 23 del 18 aprile 1994;
– Friuli-Venezia Giulia, legge n. 17 del 16 marzo 1982, n. 55 del
21 dicembre 1984, n. 16 del 29 marzo 1988, n. 61 del 16 dicembre
1991, n. 20 del 17 luglio 1992;
– Provincia autonoma di Bolzano, legge n. 11 del 14 dicembre
1998, n. 10 del 14 dicembre 1999;
– Provincia autonoma di Trento, legge n. 16 del 18 aprile 1988;
– Emilia Romagna, legge n. 35 del 25 agosto 1988;
– Toscana, legge n. 26 del 15 giugno 1979, n. 69 del 18 aprile
1995;
– Marche, legge n. 36 dell’8 ottobre 1987;
– Umbria, legge n. 24 del 26 novembre 2002;
– Lazio, legge n. 75 del 21 novembre 1988;
– Abruzzo, legge n. 3 dell’8 gennaio 1982, n. 75 del 6 novembre
1984;
– Molise, legge n. 42 del 24 dicembre 2002;
– Puglia, legge n. 61 dell’8 giugno 1985;
– Basilicata, legge n. 15 del 3 maggio 1988, n. 39 del 7 novembre
1988;
– Calabria, legge n. 29 del 3 settembre 1984;
– Sicilia, legge n. 65 del 27 settembre 1995, n. 17 del 6 aprile
1996;
– Sardegna, legge n. 30 del 17 dicembre 1985.
8. I VINCOLI ALLO SVILUPPO DELL’APICOLTURA ITALIANA.
Lo sviluppo dell’apicoltura italiana e’ rallentato o frenato da
una serie di vincoli, alcuni dei quali sono di rilevanza tale da
agire come fattori limitanti la crescita dell’intero settore. Un
piano rivolto alla prioritaria tutela della razza di ape italiana,
cosi’ come della sua salvaguardia e diffusione sul territorio ai fini
della conservazione degli ambienti naturali, degli ecosistemi e
dell’agricoltura, ma anche allo sviluppo e al miglioramento delle
condizioni produttive dell’apicoltura italiana deve tenere conto di
carenze strutturali generalizzate e delle caratteristiche del
comparto che presenta forti fattori di criticita’ e ritardo.
8.1. Problemi sanitari.
La problematica relative agli aspetti sanitari e’ attualmente uno
dei principali fattori limitanti del settore apistico, e puo’
sintetizzarsi nei seguenti punti:
– crescente difficolta’ nel contenimento della presenza di
endemica di Varroa, a causa dall’insorgenza di fenomeni di
farmacoresistenza ai prodotti chimici di sintesi e della non
idoneita’ delle strategie a basso impatto idonee a contenere
efficacemente la parassitosi;
– crescente diffusione di patologie della covata, probabilmente
connesso all’indebolimento degli alveari conseguente alla varroasi;
– rinvenimento di contaminazioni del miele, della pappa reale e
degli altri prodotti dell’alveare con residui di antibiotici, non
autorizzati ma illegalmente e tradizionalmente utilizzati a livello
internazionale per il contenimento e la «cura» delle patologie
pestose, con gravi conseguenze sul mercato del miele;
– insufficiente sostegno, in termini di assistenza tecnica e di
ricerca per l’individuazione di metodi innovativi di conduzione e
lotta sanitaria;
– rischio di una nuova pericolosa parassitosi, l’Aethina
tumida, gia’ manifestatasi con gravissime conseguenze in altri paesi
(Nord America, Australia, Nord Africa).
8.2. Limiti inerenti il settore produttivo.
8.2.1. I limiti nel funzionamento dell’associazionismo.
Oggi, i Consorzi apistici, le Associazioni degli apicoltori, le
Associazioni e Organizzazioni di produttori, le loro Federazioni e
Unioni, rappresentano nell’insieme la piu’ significativa forma di
aggregazione per la difesa e salvaguardia della nostra ape italiana,
per la sua specifica e indiscussa valenza economica e agricola e
ambientale, ma anche per la tutela degli interessi di mercato e per
la rappresentanza delle istanze degli operatori del comparto
apistico.
Molte sono infatti le finalita’ che il settore apistico persegue
con l’associazionismo: informazione e divulgazione, formazione e
aggiornamento professionale, difesa sanitaria degli allevamenti,
assistenza tecnica, ottimizzazione dei rapporti con gli agricoltori,
tutela degli interessi della categoria di fronte alle istituzioni.
Nonostante l’evoluzione e la crescita delle organizzazioni
professionali apistiche, sono tuttora molti i vincoli che ostacolano
il consolidamento di forti ed efficienti strutture organizzative,
riconducibili essenzialmente alla singolare composizione della
categoria degli apicoltori. Esiste inoltre una disparita’ notevole
tra Nord e Sud del Paese nella presenza delle strutture organizzative
locali. Vi e’ quindi la necessita’ di azioni di sostegno e per lo
sviluppo nell’associazionismo apistico.
8.2.2. I limiti nello sviluppo tecnologico delle aziende.
Nonostante l’apprezzabile crescita delle capacita’, delle
tecniche e delle dotazioni, che caratterizza gran parte del tessuto
produttivo apistico nazionale, anche grazie al supporto assicurato
dal Regolamento CE 1221/97 e, successivamente, dal Regolamento CE
797/04, le aziende apistiche lamentano un insufficiente sviluppo di
attrezzature innovative che possano sostenere un miglioramento
dell’attivita’ sia quantitativo che qualitativo.
Inoltre sono ancora scarsamente diffuse tecniche e metodologie
finalizzate ad uno sviluppo delle aziende dal punto di vista
gestionale e produttivo, quali ad esempio strumenti informatici per
il controllo di gestione dell’azienda apistica.
8.3. Limiti dell’assistenza tecnica e livello professionale.
Le carenze dovute ad una inadeguata opera di assistenza tecnica
riguardano soprattutto la necessita’ di innalzare il livello
professionale degli apicoltori attraverso:
– azioni di formazione ed orientamento ai produttori;
– adeguamento delle condizioni igienico sanitarie nella
lavorazione dei prodotti apistici;
– sostegno nell’adozione di corrette strategie per il controllo
sanitario.
Cio’ richiede, in via prioritaria, l’adozione di interventi
finalizzati a formare adeguatamente tecnici di sostegno, in grado di
diffondere conoscenze, aggiornamenti, informazioni fra gli apicoltori
e di effettuare assistenza tecnica sia in campo che presso i
laboratori di smielatura.
8.4. Limiti delle capacita’ produttive.
Le capacita’ produttive delle aziende apistiche risentono di
limitazioni sia quantitative che qualitative, ricollegabili in primo
luogo ad un progressivo impoverimento del patrimonio apistico
fortemente compromesso, oltre che dalle crescenti difficolta’ di
lotta sanitaria (vedi 8.1), dall’uso incontrollato di fitofarmaci in
agricoltura, che determinano frequenti morie e spopolamenti delle
colonie, e dall’alterazione degli agrosistemi con la riduzione delle
risorse mellifere.
A cio’ si aggiunge l’impoverimento «genetico» delle specie
autoctone e, negli ultimi anni, un’evoluzione climatica sfavorevole,
che ha comportato nel 2002 il riconoscimento dello stato di calamita’
naturale anche per il settore apistico.
Sul piano qualitativo emerge infine il problema dei residui o dei
contaminanti dei prodotti, che rischia di compromettere l’immagine
del miele quale prodotto naturale e benefico.
8.5. Carenze nella differenziazione e valorizzazione del miele.
Nonostante si tratti di una delle poche produzioni non
eccedentarie a livello comunitario risulta difficile incrementare la
produzione e ridurre la dipendenza dall’estero, a causa di alcuni
fattori naturali e sociali che ne condizionano lo sviluppo, quali i
costi di produzione elevati e le quotazioni internazionali non
remunerative del miele.
E’ comunque necessario potenziare in primo luogo il patrimonio
apistico italiano, incrementandone il numero di alveari e di
apicoltori. Questo soprattutto al fine di garantire un ancor piu’
capillare servizio di impollinazione, coprire con prodotto nazionale
la quota di prodotto di importazione, offrire nuove opportunita’ agli
apicoltori che non hanno ancora raggiunto una adeguata connotazione
economica e favorire l’insediamento dei giovani apicoltori. Vanno
contestualmente avviate azioni di valorizzazione e promozione del
prodotto nazionale, che ne consentano un migliore apprezzamento
rispetto a quello di importazione, attraverso l’accesso a segmenti di
mercato differenziati.
Per la tutela del consumatore tali iniziative vanno accompagnate
da una costante azione di controlli di qualita’.
8.6. Carenze nella valorizzazione degli altri prodotti dell’alveare.
Queste produzioni richiedono in genere livelli di
specializzazione tecnica notevole rispetto al miele e vengono
proposte convenientemente sul mercato solo dalle aziende apistiche di
una certa ampiezza o comunque piu’ qualificate e attrezzate.
Attualmente queste produzioni sono in notevole crescita e possono
offrire interessanti opportunita’ di differenziazione della
produzione e integrazione del reddito.
Esse risentono tuttavia in misura rilevante della concorrenza
esercitata dal mercato mondiale che propone, a prezzi estremamente
bassi, prodotti scarsamente controllati, anche a causa della totale
assenza di definiti standard qualitativi. Sono quindi indispensabili
interventi organici volti allo studio e valorizzazione di questi
prodotti, con la definizione di disciplinari di produzione, standard
di qualita’ e norme di prodotto d’intesa tra le Pubbliche
Amministrazioni competenti e le Organizzazioni nazionali degli
Apicoltori e l’Istituto Nazionale della ricerca sugli Alimenti e la
Nutrizione, al fine di elaborare aggiornate tabelle sui valori
nutrizionali.
8.7. Limiti della ricerca e della sperimentazione.
Sotto l’aspetto tecnico-scientifico l’apicoltura risente
negativamente di una «crisi d’identita», derivante dall’essere spesso
considerata un’attivita’ zootecnica, in quanto le tecniche e i
problemi connessi all’allevamento, compresi i metodi di prevenzione e
cura delle patologie, portano a considerarla tale.
Tuttavia in un contesto zootecnico la posizione dell’apicoltura
non puo’ che risultare penalizzata dall’evidente squilibrio rispetto
alle altre filiere di un settore che, d’altra parte, non e’ idoneo a
valorizzarne le sue precipue caratteristiche di attivita’
indispensabile per l’agricoltura e per la protezione degli
agroecosistemi.
Di fatto, sia nelle principali Universita’ che nell’ambito degli
Istituti di Ricerca e Sperimentazione Agraria gia’ afferenti al
MiPAF, la disciplina dell’apicoltura e’ giustamente collocata in un
contesto di entomologia agraria, protezione delle piante e tutela
dell’ambiente.
Da questa particolare situazione di dicotomia potrebbe derivare
un sovrapporsi di figure e una certa confusione di ruoli fra
ricercatori e tecnici che, sotto i diversi aspetti, si occupano di
apicoltura e, malgrado gli sforzi fatti e i risultati effettivamente
conseguiti sul piano del coordinamento dei programmi realizzati dagli
istituti di ricerca, la mancanza di un’organica e sistematica
strutturazione, va inevitabilmente a detrimento di una corretta
crescita del settore.
In tal senso, la recente collocazione in seno al CRA, degli
Istituti di ricerca impegnati in ambito apistico, potra’
rappresentare un primo passo verso la razionalizzazione delle
attivita’ di ricerca in apicoltura e verso il raggiungimento di
obiettivi di efficienza e di efficacia della spesa pubblica, in
accordo con la domanda di ricerca espressa dalle Organizzazione
Nazionali degli Apicoltori, nonche’ dalle regioni attraverso la Rete
interregionale della ricerca agraria.
Occorre considerare anche che la situazione dell’attivita’ di
ricerca nel settore apistico e di individuazione delle relative
priorita’ si presenta estremamente frastagliata. In ambito regionale
infatti tali attivita’ vengono finanziate, oltre che con i fondi
derivanti dall’applicazione del regolamento (CE) 797/2004, anche con
risorse proprie.
Al fine quindi di assicurare efficienza e efficacia delle risorse
finanziarie recate dalla legge n. 313/2004, risulta pertanto
opportuno il coinvolgimento delle regioni, attraverso la Rete
interregionale della ricerca agraria, nell’individuazione delle
priorita’ e nella valutazione delle proposte progettuali.
9. OBIETTIVI DEL DOCUMENTO PROGRAMMATICO.
9.1. Obiettivo generale.
Obiettivo generale del Piano, cosi’ come previsto dall’art. 5
della legge 313/04, e’ quello di mantenere e sviluppare il settore
dell’apicoltura per i vantaggi che da essa da ne derivano
all’agricoltura, all’ambiente e alla societa’, assicurando la
redditivita’ e la competitivita’ del settore medesimo.
9.2. Linee programmatiche.
La legge n. 313/2004 all’art. 5 ha individuato le seguenti
materie (linee programmatiche) cui attenersi per la redazione del
documento di indirizzo e coordinamento del settore da condividere,
previa concertazione con le organizzazioni nazionali dalla stessa
legge richiamate, con le regioni e province autonome:
a) promozione e tutela dei prodotti apistici italiani e dei
processi di tracciabilita’ (decreto legislativo 18 maggio 2001, n.
228): favorire la conoscenza della apicoltura e l’apprezzamento dei
suoi prodotti, proponendo anche quale elemento di scelta del
consumatore criteri qualitativi e di diversa origine botanica e
territoriale dei prodotti apistici;
b) tutela del miele italiano conformemente alla direttiva
comunitaria 2001/110/CEE;
c) valorizzazione del miele (Reg. 2081/92, Reg. 2082/92 e Reg.
2092/91): favorire richiesta, riconoscimento ed affermazione sul
mercato di denominazioni protette e ai sensi reg. CEE 2081/92 –
2082/92 per le migliori qualita’ dei mieli e pappa reale nazionali;
d) sostegno alle forme associative di livello nazionale e
promozione della stipula di accordi professionali: sostenere
l’associazionismo, la specifica azione di assistenza tecnica e
formazione attraverso programmi nazionali;
e) sviluppo dei programmi di ricerca e di sperimentazione
apistica: valorizzazione delle produzioni minori per una
differenziazione dell’attivita’ e incremento del reddito dell’impresa
apistica, monitorare evoluzione quadro sanitario nazionale degli
allevamenti apistici, individuazione e divulgazione indicazioni
operative di lotta sanitaria per difesa del patrimonio apistico
nazionale, sostenere iniziative regionali riproduzione e diffusione
api regine con patrimonio genetico selezionato secondo le priorita’
specifiche volute, favorire la divulgazione di conoscenze finalizzate
alla razionalizzazione e ammodernamento del sistema produttivo;
f) integrazione tra apicoltura e agricoltura;
g) indicazioni generali sui limiti e divieti cui possono essere
sottoposti i trattamenti antiparassitari: eliminare o quantomeno
ridurre e contenere l’impatto dell’utilizzo di prodotti fitosanitari
per l’apicoltura;
h) individuazione di limiti e divieti di colture di interesse
mellifero derivanti da organismi geneticamente modificati (OGM);
i) incentivazione della pratica dell’impollinazione attraverso
le api: diffondere e sostenere la pratica dell’impollinazione
attraverso le api, presso apicoltori e agricoltori
j) incentivazione della pratica dell’allevamento apistico e del
nomadismo: favorire la razionalizzazione e adeguamento igienico
sanitario dell’apicoltura produttiva, ottenere il reintegro, il
ripopolamento e l’incremento degli allevamenti apistici nazionali con
materiale genetico selezionato;
k) tutela e sviluppo delle cultivar delle essenze nettarifere
in funzione della biodiversita’;
l) determinazione degli interventi economici di risanamento e
controllo per la lotta contro la varroasi e la altre patologie
dell’alveare;
m) potenziamento e attuazione dei controlli sui prodotti
apistici di origine extracomunitaria, comunitaria e nazionale;
n) incentivazione dell’insediamento e della permanenza dei
giovani nel settore apistico: favorire il ricambio generazionale e la
crescita del numero e delle capacita’ degli imprenditori apistici;
o) previsione di indennita’ compensative per gli apicoltori che
operano nelle zone montane o svantaggiate;
p) salvaguardia e selezione in purezza di Apis mellifera
ligustica e Apis mellifera sicula e incentivazione dell’impiego di
api regine italiane con provenienza da centri di selezione genetica.
E’ necessario, inoltre, prevedere una specifica linea di servizi
a supporto delle predette linee programmatiche anche questa
concertata con le Organizzazioni nazionali aggiornamento.
10. LE AZIONI.
In relazione a quanto esposto circa i limiti del settore e gli
obiettivi del programma, tenendo conto delle materie individuate
all’art 5 della legge quadro n. 313/2004 (linee programmatiche), si
riportano le azioni da realizzare.
10.1. Promozione e tutela dei prodotti apistici italiani e dei
processi di tracciabilita’ (decreto legislativo 18 maggio 2001, n.
228).
Per la promozione e tutela dei prodotti apistici italiani e’
necessario mettere in atto una specifica campagna di educazione
alimentare e valorizzazione del prodotto italiano (diffusione delle
informazioni su caratteristiche del prodotto, differenziazione delle
produzioni, valore nutrizionale, ecc.).
E’, inoltre, indispensabile avviare una campagna informativa di
base, da attuarsi d’intesa con il MIPAF, con il Ministero della
pubblica istruzione, e con il coinvolgimento di tutte le
Organizzazioni e le Istituzioni interessate di educazione alimentare
e valorizzazione del prodotto italiano (diffusione delle informazioni
su caratteristiche del prodotto differenziazione delle produzioni,
valore nutrizionale, ecc.).
Anche per il settore apistico, come per tutto il comparto
agroalimentare, si rende necessaria l’applicazione delle norme sulla
tracciabilita’ dei prodotti al fine di certificarne la provenienza,
valorizzarli e tutelare il consumatore da possibili frodi.
A questo fine sara’ necessario definire le modalita’ per la
promozione, in tutte le fasi della produzione e della distribuzione,
di un sistema volontario di tracciabilita’ in maniera da favorire la
massima adesione al sistema volontario stesso, definire un sistema di
certificazione atto a garantire la tracciabilita’, promuovendone la
diffusione e definendo un piano di controllo allo scopo di assicurare
il corretto funzionamento del sistema di tracciabilita’.
La tracciabilita’ del prodotto deve essere garantita innanzitutto
attraverso azioni di controllo a tutti i livelli della filiera
produttiva, che assicuri regolarita’ e trasparenza di tutti i
passaggi dal campo al consumatore finale.
Gli operatori possono organizzare un proprio sistema di qualita’
e dare dimostrazione ai consumatori della capacita’ organizzative e
funzionali per soddisfare le loro esigenze. In tal senso possono
essere utilizzati marchi consortili. L’utilizzo di detti marchi e’
garantito da certificazioni volontarie ( ad es. ISO) regolarmente
attestate da organismi terzi accreditati.
10.2. Tutela del miele italiano conformemente alla direttiva
comunitaria 2001/110/CEE.
La direttiva comunitaria 2001/110/CEE e il decreto italiano di
recepimento, decreto-legge 21 maggio 2004 n. 179, prevedono una serie
di parametri di composizione e qualita’ del miele ai fini di una
corretta commercializzazione del prodotto. Il MIPAF ha recentemente
pubblicato l’aggiornamento dei metodi ufficiali per le analisi del
miele (decreto ministeriale del 25 luglio 2003).
Le norme prevedono anche la possibilita’ di impiegare
denomi-nazioni specifiche inerenti all’origine botanica e geografica
del miele. A livello di ricerca sono state definiti i parametri
analitici dei principali mieli uniflorali e sono altresi’ state
studiate le caratteristiche microscopiche in funzione della zona di
origine.
Per la tutela del consumatore e’ necessario:
– definire, quanto meno per le produzioni nazionali, le
caratteristiche distintive delle diverse qualita’ di miele monoflora;
– intensificare i controlli del miele di importazione e
nazionale presente sul mercato, sia per quanto riguarda gli aspetti
qualitativi che per le eventuali denominazioni di origine botanica e
geografica.
10.3. Valorizzazione del miele e degli altri prodotti dell’alveare
(Reg. 2081/92, Reg. 2082/92 e Reg. 2092/91).
Le norme internazionali definiscono un livello qualitativo di
base. Per la promozione e la valorizzazione del miele italiano sulla
base di un valore aggiunto che lo differenzi dal prodotto di
importazione e’ possibile sviluppare strategie di valorizzazione che
possano nel contempo tutelare i produttori e orientare i consumatori.
Cio’ significa differenziare varie tipologie di miele che possiedano
qualche fattore di specificita’, apprezzabile e riconoscibile dal
consumatore, in virtu’ del quale possano occupare segmenti di mercato
in qualche modo specializzati e piu’ remunerativi. Per un corretto
uso di tali strumenti di valorizzazione e’ necessario che ogni
denominazione differenziata sia verificabile, certificabile e
corrisponda a precisi riferimenti normativi.
I regolamenti comunitari Reg. 2081/92, Reg. 2082/92 e
Reg. 2092/91 costituiscono i riferimenti normativi per tali azioni di
valorizzazione.
10.3.1. Indicazioni di origine geografica.
Il miele e’ indubbiamente un prodotto molto legato al territorio
e le denominazioni di origine geografica possono rappresentare un
interessante strumento di valorizzazione. Un’indicazione territoriale
individuale e’ consentita in base alle attuali normative, e il
singolo produttore puo’ farne uso senza eccessive difficolta’, ma la
specifica normativa di riferimento e’ rappresentata dal Regolamento
(CEE) n. 2081/82 relativo alla protezione delle Indicazioni
geografiche e delle Denominazioni d’origine dei prodotti agricoli ed
alimentari. La norma stabilisce regole comuni per la tutela delle
denominazioni d’origine e delle indicazioni geografiche intese a
valorizzare prodotti specifici, di qualita’ e provenienti da una zona
geografica delimitata, favorendo nel contempo la diversificazione
della produzione agricola nel contesto dello sviluppo rurale.
10.3.2. Il miele da agricoltura biologica.
Nell’opinione pubblica e’ in continuo aumento l’attenzione verso
i rischi legati all’inquinamento dell’ambiente e dei prodotti
alimentari. Questo determina da parte dei consumatori una crescente
richiesta di prodotti piu’ sicuri e crea quindi nuove opportunita’ di
mercato che attirano l’interesse di un numero di produttori sempre
maggiore. La comunita’ europea ha emanato, nell’agosto 1999, il
regolamento CE 1804/99 sulla zootecnia biologica, che estende alle
produzioni animali il regolamento n. 2092/91 relativo alle produzioni
vegetali. Su tale base in Italia si e’ avuto un consistente sviluppo
dell’apicoltura biologica ed e’ quindi necessario potenziare e
promuovere ai diversi livelli questa attivita’, anche attraverso
un’adeguata assistenza tecnica.
10.4. Sostegno alle forme associative di livello nazionale e
promozione della stipula di accordi professionali.
La grande frammentazione del settore, la polverizzazione
dell’offerta nonche’ i vincoli attualmente esistenti allo sviluppo
delle diverse forme di associazionismo comportano livelli
professionali talora inadeguati, da cui derivano produzioni non
sempre soddisfacenti, sia sotto il profilo della qualita’ (igiene,
salubrita’, qualita’ `ambientale) che della quantita’ (inadeguata o
non razionale utilizzazione delle risorse del territorio) e della
promozione (scarso impiego di strategie di valorizzazione delle
produzioni tipiche). Le piccole dimensioni rendono inoltre
problematico alle aziende apistiche destreggiarsi in un sistema
normativo concepito per filiere produttive piu’ strutturate.
La creazione di organismi associativi fra gli apicoltori dovra’
essere indirizzata a favorire lo sviluppo delle Associazioni e delle
Organizzazioni di apicoltori su tutto il territorio nazionale, cosi’
come anche del potenziamento delle loro Federazioni e lo sviluppo
delle Associazioni dei produttori e delle loro Unioni che dovranno
svolgere un compito determinante a livello di formazione,
razionalizzazione del sistema produttivo, gestione comune di mezzi
tecnici, difesa dalle patologie ed altre attivita’ volte al
miglioramento dei risultati d’impresa.
Al fine di sostenere l’associazionismo e la cooperazione apistica
e la loro azione di assistenza tecnica, quale principale strumento
della crescita e della evoluzione tecnica ed economica del settore
sara’ necessario prevedere attraverso specifici interventi economici
a favore delle iniziative, inerenti il presente programma, attuate
dalle forme associate a livello nazionale in sinergia con le
Associazioni operanti sul territorio.
Anche per questo settore sara’ necessario, al fine di aumentarne
la competitivita’, promuovere la stipula di accordi
interprofessionali per la cessione, ritiro, stoccaggio, immissione
sul mercato dei prodotti del settore apistico.
10.5. Sviluppo dei programmi di ricerca e di sperimentazione
apistica.
In linea con gli indirizzi del documento programmatico previsto
dall’art. 5 della legge n. 313/2004, in accordo con le Organizzazioni
apistiche nazionale e le indicazioni fornite dalle regioni,
attraverso la Rete interregionale della ricerca agraria, i programmi
di ricerca e di sperimentazione apistica riguarderanno le tematiche
di interesse generale di seguito riportate, sviluppati a livello
nazionale o interregionale.
10.5.1. Valorizzazione e tutela dei prodotti apistici italiani.
Al fine di raggiungere l’obiettivo della valorizzazione e tutela
dei prodotti apistici si ritiene opportuno che vengano definiti i
criteri per la caratterizzazione e il controllo delle produzioni piu’
tipiche e di particolare rilevanza dal punto di vista produttivo ed
economico, sia per il miele che per gli altri prodotti apistici
(gelatina reale, propoli, cera) al fine di far conseguire maggiore
competitivita’ ai prodotti italiani. Sara’ inoltre opportuno
sviluppare metodiche di analisi idonee ad essere impiegate nel
settore del controllo, che rappresenta un altro importante ed
essenziale strumento di tutela e di valorizzazione dei prodotti.
Bisognera’, inoltre, portare avanti ricerche sulle proprieta’
nutrizionali e terapeutiche dei diversi prodotti dell’alveare.
10.5.2. Integrazione tra apicoltura e agricoltura e salvaguardia
dell’ambiente.
Per valutare lo stato di compromissione chimico-ambientale del
territorio e le relative situazione di rischio per l’entomofauna
pronuba e la biodiversita’ sono di primaria importanza studi sui
rapporti tra mortalita’ di api e pesticidi che prevedano:
– monitoraggio con le api di zone agricole per evidenziare la
presenza nell’ambiente delle molecole utilizzate;
– ricerche di carattere etologico per individuare eventuali
effetti a medio/lungo termine da parte di nuovi agrofarmaci e/o nuove
formulazioni (microincapsulati, regolatori di crescita, prodotti ad
azione genotossica) che, pur senza causare episodi di mortalita’
acuta, provocano danni consistenti in termini di spopolamenti;
– studio dei pronubi selvatici nei vari agroecosistemi come
indice di biodiversita’;
– valutazione, tramite prove di laboratorio e di campo, della
tossicita’ verso le api di prodotti fitosanitari;
– verifica della presenza di OGM nelle piante d’interesse
mellifero e studio dell’impatto sulle popolazioni di imenotteri,
artropodi ed altri invertebrati negli ecosistemi agricoli.
10.6. Integrazione tra apicoltura e agricoltura.
Grazie all’attivita’ impollinatrice di specie vegetali coltivate
e spontanee, all’ape mellifera e’ riconosciuta un’importanza primaria
al fine della tutela degli equilibri degli eco-agrosistemi. Inoltre
presidiando il territorio in cui sono presenti, le api forniscono
informazioni significative circa lo stato di salute del territorio
stesso.
La tematica del rapporto tra ape e territorio riguarda anche la
necessita’ della salvaguardia della salute delle api rispetto alla
minaccia dei trattamenti antiparassitari effettuati in agricoltura.
Gli effetti degli insetticidi nei confronti delle api rappresentano
un problema da lungo tempo dibattuto. L’ape muore avvelenata dai
pesticidi quando questi sono diffusi nell’ambiente secondo modalita’
quantitativamente e qualitativamente errate e quando non sono stati
sufficientemente approfonditi gli effetti sulle api delle singole
molecole utilizzate.
E’ necessario attuare appositi programmi di formazione a livello
territoriale, attraverso il coinvolgimento delle Associazioni
apistiche nazionali e loro associate, per accrescere la
consapevolezza degli agricoltori e indirizzarli verso tecniche
produttive e strategie di difesa che tengano conto della salvaguardia
del patrimonio apistico e della biodiversita’.
10.7. Indicazioni generali sui limiti e divieti cui possono essere
sottoposti i trattamenti antiparassitari.
Negli ultimi anni le Associazioni degli apicoltori, hanno
denunciato gravi morie di api, la cui causa e’ da imputare ad alcuni
comportamenti non in linea con l’evoluzione della moderna
agricoltura.
I prodotti chimici impiegati in agricoltura vengono immessi sul
mercato a seguito di saggi tossicologici riguardanti i loro effetti
verso gli organismi utili e fra questi le api. La direttiva europea
che regolamenta questi aspetti e’ la 91/414/CEE del 15 luglio 1991
recepita in Italia con il decreto-legge n. 194 del 17 marzo 1995,
successivamente modificato con un decreto ministeriale del 15 aprile
1996, in attuazione della direttiva comunitaria 96/12/CE dell’8 marzo
1996 relativa ai requisiti degli studi ecotossicologici da presentare
per la valutazione di una sostanza attiva e di un prodotto
fitosanitario.
In particolare per quanto concerne la tossicita’ verso le api,
sono opportune prove in laboratorio, da condursi di concerto con le
Organizzazioni Nazionali degli Apicoltori e loro Associate sul
territorio, in gabbioni di allevamento (o sotto tunnel o in
semi-campo) e in campo, che permettono di classificare i pesticidi
secondo quattro categorie: ad alto, medio, basso e privo di rischio.
Per valutare l’impatto dei principi attivi impiegati e’ tuttavia
necessario tenere conto anche dell’effetto sinergico nei confronti
delle api di diversi prodotti.
Al fine di fornire delle indicazioni generali sui limiti e sui
divieti ai quali possono essere sottoposti i trattamenti
antiparassitari con prodotti fitosanitari ed erbicidi tossici per le
api sulle colture arboree, erbacee, ornamentali, coltivate e
spontanee, durante il periodo di fioritura, e’ necessario che venga
predisposto da parte degli Istituti di ricerca in collaborazione con
i servizi fitosanitari delle regioni, le Unioni/Federazione di
Apicoltori e le Organizzazioni professionali, un documento specifico
che, tenendo conto della normativa esistente, individui le linee
generali di intervento e le procedure operative da mettere in atto
per limitare il piu’ possibile i danni che i suddetti trattamenti
possono provocare al patrimonio apistico, sia in termini di morie
delle colonie che di residui presenti nei prodotti dell’alveare.
10.8. Individuazione di limiti e divieti di colture di interesse
mellifero derivanti da organismi geneticamente modificati (OGM).
Il principale obiettivo dell’agricoltura e quindi anche
dell’intero comparto apistico non puo’ essere l’accrescimento
quantitativo della produzione ma la produzione in funzione delle
esigenze del mercato e delle richieste del consumatore sempre piu’
attento alla natura, alla composizione ed alla provenienza dei
prodotti agroalimentari, nonche’ alla loro salubrita’ e genuinita’.
E’, quindi, indispensabile tutelare il diritto di scelta del
consumatore di fronte alla possibilita’ che anche in Italia vengano
introdotte colture OGM mediante una effettiva separazione delle
filiere OGM da quelle non OGM.
L’immissione in commercio e l’autorizzazione al consumo sono
attualmente regolate dalla Direttiva 2001/18/CE che disciplina il
settore dei cosiddetti nuovi alimenti (recepita dal decreto
legislativo n. 224/2003).
La Direttiva prevede l’adozione di misure per assicurare la
tracciabilita’ dei prodotti transgenici nelle diverse fasi di
produzione, trasporto, stoccaggio, trasformazione e distribuzione.
Prevede, inoltre, il monitoraggio e la sorveglianza dei singoli OGM,
la cui immissione in commercio potra’ essere solo temporanea per un
periodo di 10 anni, rinnovabili di altri 10.
L’Autorita’ nazionale competente e’ il Ministro dell’ambiente e
della tutela del territorio che ha il compito di coordinare le
attivita’ amministrative e tecnico scientifiche relative
all’attuazione delle misure in detta materia.
La recente legge 8 gennaio 2005, n. 5, riguarda la conversione in
legge, con modificazioni, del decreto-legge 22 novembre 2004, n. 279,
e reca disposizioni per assicurare la coesistenza tra le forme di
agricoltura transgenica, convenzionale e biologica.
Anche per questi aspetti e’ necessario che le linee guida
ministeriali ed i piani regionali riguardino la coesistenza, tengano
conto di eventuali divieti di impiego per le colture di interesse
mellifero derivanti da organismi geneticamente modificati, nonche’
prevedano il monitoraggio continuo della ricerca scientifica sugli
OGM. Sara’ anche necessario creare una rete di laboratori accreditati
per verificare la presenza di OGM nelle piante d’interesse mellifero,
e sara’, altresi’, indispensabile aggiornare e sviluppare nuove
metodiche analitiche e procedere allo studio dell’impatto derivante
dal rilascio deliberato nell’ambiente di piante geneticamente
modificate sulle popolazioni di artropodi ed altri invertebrati negli
ecosistemi agricoli.
10.9. Incentivazione della pratica dell’impollinazione attraverso le
api.
Questo settore e’ ancora piuttosto arretrato in Italia,
contrariamente ad altri Paesi dove il servizio di impollinazione e’
da anni una realta’ agricola sviluppata e articolata, sulla base di
studi e sperimentazioni che hanno portato ad individuare per le
principali colture le condizioni ottimali di fecondazione, in serra o
in campo, anche facendo ricorso all’allevamento di pronubi diversi
dalle api.
La nuova legge n. 313/2004, nell’accreditare l’apicoltura come
attivita’ di interesse nazionale, la riconosce come fondamentale per
tutto l’ecosistema e per i riflessi che ha sulle altre attivita’
agricole, soprattutto nei settori che necessitano dell’impollinazione
naturale (ortofrutticolo, sementiero, produzione biologica).
La legge riconosce il servizio di impollinazione come attivita’
agricola a tutti gli effetti e stabilisce anche le norme per renderlo
piu’ agevole e meno oneroso.
Sono tuttavia necessarie iniziative di formazione circa le
specifiche tecniche di allevamento e conduzione degli alveari
destinati a questo servizio per accrescere, presso agricoltori e
apicoltori, la consapevolezza delle potenzialita’ economiche legate a
questa attivita’.
E’ opportuno attivare un programma di sensibilizzazione del mondo
agricolo sulla utilita’ delle api in agricoltura e sulla particolare
sensibilita’ di questo insetto alle pratiche agronomiche correnti.
Lo scopo e’ quello di diffondere, tra gli operatori del settore e
gli agricoltori in particolare, la consapevolezza dell’importanza
dell’azione pronuba dell’ape ai fini dell’incremento qualitativo e
quantitativo delle produzioni agricole e, di conseguenza, della
necessita’ di difendere l’ape dai trattamenti fitosanitari ed
erbicidi tossici.
Tali iniziative devono essere attuate d’intesa tra il MIPAF, le
regioni e le Organizzazioni Nazionali degli Apicoltori e le
Organizzazioni Professionali degli Agricoltori in ambito nazionale e
attraverso le loro competenti strutture periferiche.
10.10. Incentivazione della pratica dell’allevamento apistico e del
nomadismo.
Pur in presenza di risorse finanziarie limitate e’ necessario
prevedere delle specifiche misure di sostegno per favorire
l’espansione economico-produttiva del comparto in considerazione
delle caratteristiche peculiari del mercato del miele e dei prodotti
apistici in Italia ed in Europa e le potenzialita’ quantitative e
qualitative delle risorse nettarifere nazionali. Cio’ e’ ancora piu’
importante in considerazione della positiva tendenza, registrata
negli ultimi anni in varie regioni, che vede un numero crescente di
giovani avvicinarsi all’apicoltura in un’ottica di impresa e con
finalita’ economiche. Sara’, pertanto, necessario incentivare la
pratica e la diffusione dell’allevamento apistico moderno, con
particolare attenzione a quello praticato con finalita’ economica
dagli imprenditori apistici e dagli apicoltori professionisti
favorendo la diffusione delle tecniche di produzione atte alla
differenziazione del prodotto con particolare attenzione al
nomadismo. A tal fine sono auspicabili interventi di sostegno o
quantomeno indirizzi programmatici per gli interventi sul territorio
(Piani apistici regionali, Piani di sviluppo rurale, strumenti
previsti nei P.O.R.) che prevedano specifiche misure per questo
settore ed in particolare:
1) sostegno alla modernizzazione, alla realizzazione ed
adeguamento agli adempimenti igienico sanitari delle strutture
destinate alla lavorazione dei prodotti apistici: sale di smielatura,
locali per la lavorazione della pappa reale e del polline, laboratori
di confezionamento e relative attrezzature e macchinari;
2) interventi a favore dell’insediamento di giovani apicoltori
in un’ottica di «ricambio generazionale», anche prevedendo per loro
maggiori meriti nella formazione di graduatorie fatte a qualsiasi
titolo nell’ambito di interventi in agricoltura;
3) interventi a favore dell’acquisto di famiglie d’api per
reintegrare perdite dovute a patologie, trattamenti fitosanitari
agricoli e calamita’ e, ma anche per il necessario incremento
dimensionale delle aziende;
4) incentivi a favore dell’acquisto e/o rinnovo di attrezzature
e macchinari da destinare alla attivita’ apistica e attrezzature
specialistiche da destinare alla movimentazione degli alveari per lo
sviluppo del nomadismo;
5) interventi per incentivare la diversificazione dell’azienda
apistica per la produzione di altri derivati dell’alveare quali:
pappa reale, polline, regine, propoli ecc.;
6) sostegno allo sviluppo e diffusione di strumenti informatici
da destinare alla gestione dell’azienda apistica, con particolare
riferimento agli aspetti gestionali e al controllo/programmazione
dell’azienda;
7) sostegno per la copertura, anche attraverso la stipula di
polizze collettive, dei costi per il pagamento di premi assicurativi
per la copertura dei rischi agricoli e delle epizoozie nella pratica
dell’allevamento apistico e del nomadismo, secondo quanto previsto
dal decreto legislativo n. 102 del 29 marzo 2004.
La pratica del nomadismo va incentivata, nel rispetto di quanto
previsto dalla normativa attualmente vigente, al fine di
razionalizzare e di ottimizzare lo sfruttamento delle risorse
mellifere presenti sul territorio.
10.11. Tutela e sviluppo delle cultivar delle essenze nettarifere in
funzione della biodiversita’.
Un limite alla produttivita’ apistica e’ anche rappresentato
dalla scarsa conoscenza della distribuzione e disponibilita’ di
risorse mellifere. E’ da verificare l’eventuale utilita’ di mappature
delle aree nettarifere e di studi propedeutici al ripristino
vegetazionale del territorio con essenze mellifere autoctone utili
per la produzione e per il mantenimento della biodiversita’.
Una forestazione produttiva in senso apistico del territorio e,
soprattutto, delle aree demaniali la cui gestione rientra tra le
competenze delle Regioni, attraverso la messa a dimora di specie
floristiche di interesse specifico, potrebbe rappresentare un
importante strumento per il potenziamento delle risorse nettarifere
presenti sul territorio nazionale.
10.12. Determinazione degli interventi economici di risanamento e
controllo per la lotta contro la varroasi e le altre patologie
dell’alveare.
Le piu’ importanti patologie dell’alveare (varroasi e peste
americana) incidono negativamente sull’economia dell’azienda
apistica; inoltre la maggior parte degli interventi chemioterapici
per contrastare le malattie infettive e parassitarie delle api hanno
generato crescenti problemi relativamente alla salubrita’ delle
produzioni apistiche. A fronte quindi di problematiche sanitarie
emergenti, sono state attivate, anche in coordinamento con altre
istituzioni a livello nazionale e internazionale (European Group for
Integrated Varroa Control), varie linee di sperimentazione per la
messa a punto di metodi di lotta basati sull’impiego di prodotti di
origine naturale. Nell’ambito di questa tematica e’ indispensabile
non solo potenziare le attivita’ di ricerca e sperimentazione ma
anche predisporre piani organici al fine di favorire l’integrazione
fra le politiche di profilassi sanitaria e l’operativita’ di tecnici
e operatori del settore apistico, con particolare riferimento alla
specificita’ delle epizoozie apistiche, che hanno valenze e
caratteristiche differenti dalle altre patologie e emergenze in
ambito zootecnico.
Nell’ambito di questa tematica le ricerche e le sperimentazioni
devono essere tese a:
– monitorare la diffusione delle patologie delle api sul
territorio nazionale;
– valutare le strategie profilattiche basate sull’impiego di
sostanze di origine naturale o a basso impatto e sui metodi
preventivi;
– validare e diffondere i metodi di controllo naturale delle
patologie apistiche, mediante lotta biologica, integrata e
biotecnica;
– controllare i residui, nei prodotti dell’alveare, di sostanze
utilizzate a scopo farmacologico;
– verificare i fenomeni di resistenza della varroa agli
acaricidi;
– effettuare studi diagnostici e di caratterizzazione
eziologica;
– attivare una adeguata opera di monitoraggio al fine di
scongiurare l’introduzione di nuovi parassiti delle api (Aethina
tumida e Tropilaelaps clarae).
A livello delle amministrazioni competenti sara’ necessario
emanare documenti con valore di indirizzo e chiarimento che
forniscano i criteri di interpretazione utili all’applicazione delle
norme di disciplina igienico-sanitaria.
10.13. Potenziamento e attuazione dei controlli sui prodotti apistici
di origine extracomunitaria, comunitaria e nazionale.
Un aspetto tutt’altro che trascurabile e’ quello dei residui di
prodotti farmacologici, riscontrati con allarmante frequenza nei
prodotti dell’alveare, nazionali e di importazione: oltre
all’evidente importanza di salvaguardare i principi della salubrita’
alimentare, e’ necessario porre la massima attenzione al pericolo di
compromettere l’immagine del miele come alimento naturale e genuino.
Risulta quindi prioritaria l’esigenza di orientare gli operatori
nazionali verso l’attuazione di attivita’ di autocontrollo impiego di
trattamenti a basso impatto, sia per quanto riguarda gli aspetti
qualitativi che per le eventuali denominazioni di origine botanica e
geografica, anche al fine di tutelare la salute e gli interessi dei
consumatori. Tali attivita’ dovranno essere elaborate ed attuate
d’intesa con le Organizzazioni Apistiche Nazionali e loro Associate
sul territorio.
E’ tuttavia indispensabile che i tecnici che eseguono tali
controlli abbiano una elevata preparazione professionale e una forma
di accreditamento che dia valore ufficiale al loro lavoro analitico e
interpretativo.
La Pubblica amministrazione dovra’ intensificare le politiche di
controllo sui prodotti apistici di origine extracomunitaria,
comunitaria e nazionale.
10.14. Incentivazione dell’insediamento e della permanenza dei
giovani nel settore apistico.
Le possibilita’ di espansione del comparto sono notevoli
considerato il mercato del miele e dei prodotti apistici in Italia ed
in Europa, considerate le potenzialita’ quantitative e qualitative
delle risorse nettarifere nazionali e considerata infine la positiva
tendenza, registrata negli ultimi anni in varie regioni, che vede un
numero crescente di giovani avvicinarsi all’apicoltura in un’ottica
di impresa e con finalita’ economiche.
Al fine di incentivare l’insediamento e la permanenza dei giovani
in apicoltura e di favorire la crescita occupazionale nel settore
sara’ necessario rafforzare le politiche per l’inserimento dei
giovani in apicoltura con l’introduzione di criteri di priorita’
nelle graduatorie di riferimento per gli investimenti ed iniziative
in apicoltura.
Vanno adottati criteri di priorita’ per i giovani apicoltori
operanti in zone montane o svantaggiate ai fini dell’erogazione di
indennita’ compensative.
10.15. Previsione di indennita’ compensative per gli apicoltori che
operano nelle zone montane o svantaggiate.
Le zone montane o svantaggiate rappresentano una realta’
importante del nostro Paese e sono caratterizzate oltre che da una
serie di problemi di ordine socio-economico anche da degrado
ambientale dovuto soprattutto allo spopolamento dei territori.
Nei suddetti territori un ruolo importante puo’ essere svolto
dall’apicoltore per il ruolo svolto a presidio del territorio e
dall’apicoltura, piu’ in generale, non solo per la produzione in
grande scala ma anche per supportare ed ottimizzare i guadagni
familiari in queste aree.
Per questi motivi e’ necessario prevedere delle specifiche
indennita’ compensative per gli apicoltori che operano in queste aree
al fine di potenziare la loro presenza sul territorio.
In zone di particolare interesse a livello ambientale,
l’esercizio dell’apicoltura, si presta, inoltre, ad essere inserita
in attivita’ di tipo culturale o didattico, per l’elevato numero di
spunti offerti e per i collegamenti con molte discipline dell’ambito
naturalistico. Cio’ in considerazione del fatto che anche il
potenziale didattico-culturale dell’apicoltura puo’ contribuire al
reddito degli operatori del settore.
Dovranno quindi essere incentivati quei progetti
didattico-culturali incentrati sull’apicoltura, quali: costituzione
di apiari e mielerie appositamente attrezzati per le visite,
creazione di percorsi naturalistici e apistici attrezzati e
promozione delle aziende agrituristiche con indirizzo apistico.
10.16. Salvaguardia e selezione in purezza di Apis mellifera
ligustica e Apis mellifera sicula e incentivazione dell’impiego di
api regine italiane con provenienza da centri di selezione genetica.
L’apicoltura e’ un settore produttivo in cui l’Italia si
caratterizza soprattutto per la componente «animale». La nostra ape
(Apis mellifera ligustica) e’ apprezzata per le sue caratteristiche
comportamentali oltre che produttive ed un numero significativo di
regine vengono prodotte per essere esportate in tutto il mondo.
Per questi motivi e’ indispensabile mettere a punto programmi
specifici per la salvaguardia della nostra razza e per
l’incentivazione dell’impiego di tali api regine allevate e prodotte
sul territorio nazionale.
10.16.1. Tutela della razza ligustica e selezione.
Gli attuali metodi intensivi di conduzione degli apiari, basati
sulla ricerca prioritaria della produttivita’, comportano frequenti
scambi di regine e famiglie di diversa origine e sono frequenti le
importazioni incontrollate di soggetti di razza diversa, che
determinano un indesiderato inquinamento genetico delle api italiane,
creando un serio ostacolo ai programmi nazionali e locali di
conservazione e di miglioramento della ligustica.
Questa minaccia all’integrita’ genetica della ligustica, oltre a
creare difficolta’ agli allevatori, rischia di compromettere
l’immagine dell’apicoltura italiana nei confronti del mercato
internazionale di regine.
La consapevolezza di questa problematica ha fatto sorgere, anche
a livello normativo e istituzionale, iniziative volte alla
salvaguardia della ligustica allevata sul territorio nazionale e alla
sua valorizzazione mediante programmi di miglioramento genetico.
Anche in apicoltura possono infatti essere applicate tecniche di
selezione, per il miglioramento delle caratteristiche di
produttivita’ e di rusticita’ delle colonie di api.
L’inseminazione strumentale delle regine, attraverso una rigorosa
selezione individuale permette di conseguire progressi genetici
relativamente rapidi, e puo’ essere utilizzata da allevatori
specializzati per l’ottenimento di linee ad elevato valore genetico.
Nella realta’ operativa prevale tuttavia una selezione di tipo
massale; questa e’ piu’ facilmente applicabile, ma i risultati sono
piu’ lenti e aleatori, per l’impossibilita’ di controllo della linea
paterna, parzialmente ovviabile con la realizzazione di stazioni di
fecondazione all’interno di aree totalmente o parzialmente isolate.
In una prospettiva di tutela, tipizzazione, valorizzazione e
diffusione dell’ape italiana il miglioramento genetico e la tutela
della biodiversita’ delle popolazioni apistiche costituiscono una
tematica di interesse primario.
Riguardo a tale punto sono da potenziare le seguenti attivita’:
– attivita’ di selezione e miglioramento genetico in stretta
connessione con gli apicoltori e gli allevatori di api diffusione
delle corrette tecniche di allevamento e selezione delle api regine;
iniziative di formazione professionale;
– caratterizzazione sottospecifica delle api allevate sul
territorio nazionale, A.m. ligustica, A.m. sicula ed ecotipi a
diffusione geografica circoscritta.
10.16.2. L’allevamento delle api regine e la selezione.
L’allevamento di api regine e’ un’attivita’ altamente qualificata
che richiede agli operatori specifiche competenze ed esperienze
operative. Le caratteristiche di elevata produttivita’ e mansuetudine
dell’ape italiana (Apis mellifera ligustica Spin.) e la forte
tradizione in materia rendono la produzione di regine l’unica
attivita’ del settore apistico nazionale con sbocchi verso
l’esportazione, anche se oggi in misura molto minore che nel passato.
Per la difesa e il miglioramento genetico della razza A. m.
ligustica e delle altre popolazioni autoctone allevate in Italia il
MiPAF ha istituito, con decreto n. 20984 del 10 marzo 1997, l’Albo
Nazionale degli Allevatori di Api Regine, che ha la finalita’ di
valorizzare e indirizzare sul piano tecnico l’attivita’ di
allevamento e selezione.
Le condizioni di isolamento geografico del nostro paese
favoriscono il mantenimento in purezza di questa razza, ma altre
razze e i rispettivi ibridi con la ligustica si rinvengono in Sicilia
(A. m sicula) e nelle zone di confine con Francia e Svizzera (A. m
mellifera) e con Austria, Svizzera e Slovenia (A. m carnica).
Per gli ecotipi di particolare rilevanza a livello regionale,
caratterizzabili geneticamente ed eventualmente riconosciuti e
controllati dalle regioni stesse, l’Albo Nazionale prevede
l’istituzione di specifiche sezioni, in modo da comprendere le
peculiarita’ locali in un contesto generale di valorizzazione
dell’ape tramite il miglioramento genetico.
11. ALTRE AZIONI.
11.1. I servizi di assistenza alle aziende apistiche.
Tra i servizi di assistenza tecnica alle aziende e’ stato finora
trascurato quello riguardante gli aspetti economici dell’attivita’
apicola. A tal fine e’ opportuno che venga effettuata un’azione
specifica volta alla raccolta dei dati, in particolare in merito a
produzioni e costi di produzione, relativi alle aziende e agli
apicoltori operanti in tutto il territorio nazionale.
11.2. Le indagini statistiche.
Le indagini statistiche, svolte dall’Istituto per Studi e
Ricerche sul Mercato Agricolo (ISMEA), hanno permesso di delineare un
quadro sufficientemente indicativo dell’apicoltura italiana. Tale
attivita’ di indagine e’ sviluppata grazie all’attivita’
dell’Osservatorio nazionale della produzione e del mercato del miele
e delle Organizzazioni apistiche nazionali. In particolare
l’Osservatorio, costituito nel 1989, si occupa: di rilevare
sistematicamente e stimare l’andamento produttivo e di mercato, di
sensibilizzare i produttori apistici riguardo l’importanza della
qualita’ della produzione, di promuovere il miele presso il
consumatore e di svolgere azioni di tutela e valorizzazione del miele
di qualita’.
11.3. Trasferimento delle innovazioni.
Lo sviluppo di un efficiente sistema informativo e formativo puo’
contribuire all’ammodernamento e alla crescita del settore apistico,
attraverso una maggiore preparazione degli operatori e lo sviluppo di
professionalita’ differenziate. Tale sistema rappresenta inoltre uno
strumento essenziale di collegamento tra ricerca e mondo produttivo.
Tale sistema si realizzera’ attraverso corsi di formazione e
aggiornamento professionale, convegnistica, lavori scientifici,
pubblicazione di libri e opuscoli.
12. LA FINANZA E LE PROCEDURE DEL DOCUMENTO PROGRAMMATICO.
12.1. Risorse economiche nazionali.
L’art. 11 della legge 24 dicembre 2004, n. 313 recante
«Disciplina dell’apicoltura» prevede che per l’attuazione degli
interventi di cui all’art. 5, e’ autorizzata la spesa di 2 milioni di
euro per ciascuno degli anni 2004, 2005 e 2006.
Al fine dell’acquisizione del preventivo parere di conformita’
alla normativa comunitaria sugli aiuti di Stato, il Ministero delle
politiche agricole e forestali notifica alla Commissione europea le
azioni indicate dal documento programmatico e la ripartizione tra
esse delle dotazioni finanziarie, individuata nel decreto
ministeriale, previsto all’art. 5, comma 2, della legge n. 313/2004.
A detti fondi potranno aggiungersi altri finanziamenti specifici
stanziati da leggi nazionali e dalle Amministrazioni regionali.
12.2. Finanziamenti comunitari.
fondi derivanti dall’attuazione delle azioni di cui al
regolamento n. 797/2004 del Consiglio del 26 aprile 2004 relativo
alle azioni dirette a migliorare le condizioni della produzione e
della commercializzazione dei prodotti dell’apicoltura;
fondi per la valorizzazione dei prodotti DOP e IGP di cui al
regolamento (CEE) n. 2081/92 e n. 2082/92;
fondi derivanti dal regolamento 2092/91 inerente l’apicoltura
biologica;
eventuali altri finanziamenti previsti a livello comunitario;
fondi derivanti dal regolamento n. 1071/2005.
12.3. Le procedure da attuare.
Al presente documento programmatico di durata triennale
aggiornabile annualmente, cosi’ come previsto dalla legge n. 313/2004
devono essere allegati:
a) i programmi apistici predisposti, previa concertazione con
le organizzazioni dei produttori apistici, con le organizzazioni
professionali agricole e con le associazioni degli apicoltori e del
movimento cooperativo operanti nel settore apistico a livello
regionale, da ogni singola regione;
b) i programmi interregionali o le azioni comuni riguardanti
l’insieme delle regioni, da realizzare in forma cofinanziata.
Potranno, altresi’, essere predisposti ulteriori strumenti
strategici ed operativi a secondo delle priorita’ contingenti che si
dovessero venire a determinare.
In tal senso potrebbe essere opportuno attivare dei Gruppi di
lavoro, specifici per tematiche, comprendenti le Regioni, al fine di
giungere alla predisposizione di documenti definitivi e concordati su
argomenti di importanza strategica.

Allegato 2

—-> Vedere Allegato da pag. 35 a pag. 37 della G.U. in formato
zip/pdf

MINISTERO DELLE POLITICHE AGRICOLE ALIMENTARI E FORESTALI – DECRETO 10 gennaio 2007

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