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Ministero dei lavori pubblici - Circolare esplicativa della legge 9-1-1989, n. 13.

Circolare 22/06/1989 n. 1669
Ministero dei lavori pubblici – Circolare
esplicativa della legge 9-1-1989, n. 13.

TESTO

1. AMBITO DI
APPLICAZIONE 1.1. La legge 9-1-1989, n.13 così come modificata e
integrata dalla legge 27-2-1989, n.62, reca “Disposizioni per favorire
il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli
edifici privati”, ed interviene, quindi, nel tessuto normativo
preposto ad assicurare l’utilizzazione degli spazi edificati, e a
quelli ad essi accessori, a una sempre più allargata fascia di
individui, con particolare riguardo a chi, permanentemente o
temporaneamente, soffre di una ridotta o impedita capacità
motoria.
Opera pertanto, la legge 13/1989, nel solco di altri
interventi normativi, che a livello statuale, si sono nel passato
avuti nella materia che ci occupa; primo fra tutti la legge 30-3-1971,
n.118 e il D.P.R. 27-4-1978, n.384 (contenente il regolamento di
attuazione ex art.27 della predetta legge 118/1971) che affrontava il
problema del superamento delle barriere architettoniche negli edifici
pubblici, privati aperti al pubblico e nel settore dei trasporti
pubblici. Meritano inoltre di essere menzionate le circolari del
Ministero dei LL.PP. 29-1-1967, n.425 e, soprattutto, 19-6-1968,
n.4809 che possono essere considerati i primi approcci istituzionali
al problema.
Per effetto di tali preesistenti normative la tematica
del superamento delle barriere architettoniche era riferita
essenzialmente agli edifici pubblici e a quelli privati aperti al
pubblico (art.27 legge 118/1971) e, soltanto marginalmente, anche a
quelli di edilizia residenziale pubblica (art.17 D.P.R.
384/1978).
Rimanevano pertanto quasi del tutto estranei alla
considerazione del legislatore gli edifici ove, di norma, si svolge
una considerevole e, sotto taluni aspetti, primaria sfera della vita
di relazione delle persone: gli edifici privati e quelli destinati ad
uso abitativo. A colmare tale lacuna è intervenuta la legge
13/1989.

1.2. Per espressa disposizione contenuta nel titolo della
legge e per quanto è previsto all’art.1, comma 1, il campo di
applicazione della normativa in disamina è, per l’appunto, riferita
agli edifici privati di nuova costruzione; agli edifici di edilizia
residenziale pubblica sovvenzionata ed agevolata, di nuova
costruzione; alla ristrutturazione degli edifici privati e di edilizia
residenziale pubblica sovvenzionata ed agevolata; agli spazi esterni
di pertinenza degli edifici di cui ai punti precedenti.

1.3. La legge
13/1989 può essere suddivisa in tre distinte parti, delle quali la
prima è dedicata alle previsioni relative alla costruzione di nuovi
edifici ed alla ristrutturazione di interi edifici (art.1); la seconda
al tema delle innovazioni da attuare sugli edifici esistenti dirette
alla eliminazione delle barriere architettoniche (artt. 2-7); la
terza, infine, è volta a regolare la materia concernente la
concessione di contributi a fondo perduto per la realizzazione delle
opere direttamente finalizzate al superamento e all’eliminazione di
barriere architettoniche in favore di portatori di menomazioni o
limitazioni funzionali permanenti (artt. 8-12).

2. NUOVE COSTRUZIONI
E RISTRUTTURAZIONI

2.1. Per quanto riguarda la prima parte è
importante sottolineare che, a decorrere dall’11 agosto 1989 (primo
giorno posteriore ai 6 mesi dall’entrata in vigore della legge
previsti dall’art.1, comma 1), tutti i progetti relativi alla
costruzione di nuovi edifici ovvero alla ristrutturazione di interi
edifici (siano essi, nel primo e nel secondo caso, destinati ad uso
abitativo o ad uso non abitativo), compresi anche quelli di edilizia
residenziale pubblica, sovvenzionata ed agevolata, dovranno essere
adeguati alle prescrizioni tecniche contenute nel decreto del Ministro
dei lavori pubblici di cui al comma 2 dell’art.1.
Restano pertanto
esclusi dalla portata della disposizione in argomento i soli edifici
pubblici, per i quali continuano ad applicarsi le norme tecniche
contenute nel decreto del Presidente della Repubblica 384/1978.
Per
quanto riguarda, in particolare, gli edifici privati aperti al
pubblico (che pur erano stati oggetto di disciplina da parte del
decreto del Presidente della Repubblica da ultimo citato) questi
devono essere ritenuti compresi nell’ambito di applicazione della più
recente legge 13/1989.
Per ciò che concerne il contenuto dei termini
accessibilità, adattabilità e visitabilità adottati al comma 2 per
indicare i tre fondamentali livelli qualitativi di progettazione e di
realizzazione degli spazi costruiti, si rimanda a quanto disposto nel
decreto del Ministero lavori pubblici di cui allo stesso comma 2.
Il
comma 3 contiene una serie di norme prestazionali dirette a stabilire
i requisiti che la progettazione deve comunque prevedere: tali criteri
debbono essere quindi intesi come standards minimi di progettazione,
fermo restando le prescrizioni tecniche necessarie a garantire
l’accessibilità, l’adattabilità e la visitabilità contenute nel
decreto.

3. INNOVAZIONI

3.1. Le modifiche alle parti comuni di un
edificio residenziale privato con pluralità di proprietari
(condominio), tendenti al superamento o all’eliminazione delle
barriere architettoniche, potranno essere adottate, secondo quanto
prescrive l’art.2 comma 1, dall’assemblea condominiale secondo le
modalità previste nell’art.1136, comma 2 e 3, del codice civile.
La
richiesta al condominio può essere fatta sia dal portatore di handicap
(ovvero da chi ne esercita la tutela o potestà) che da ogni altro
condomino.
E’ onere di chi ha interesse alla innovazione formulare al
condominio relativa richiesta scritta: da tale momento infatti
decorrono i 3 mesi oltre i quali, nell’ipotesi di mancata pronunzia in
ordine alla richiesta modifica, potrà essere esercitato il diritto di
cui al comma 2.
La disposizione contenuta nell’art.2 deve ritenersi
applicabile, oltre alle ipotesi in cui il portatore di handicap sia
proprietario della porzione di immobile, anche all’ipotesi in cui lo
detenga a titolo di locazione.

3.2. Il comma 2 dell’art.2 consente
inoltre, nella ipotesi in cui il condominio non approvi la innovazione
prospettata o non si pronunzi entro 3 mesi dalla stessa richiesta di
modifica, che il portatore di handicap, ovvero chi ne esercita la
tutela o la potestà di cui al titolo IX del libro primo del codice
civile, possa procedere autonomamente e a proprie spese alla messa in
opera di particolari innovazioni sulle parti comuni o di uso comune
dell’edificio, quali l’installazione di servoscala, o di altre
strutture mobili e facilmente rimovibili, e la modifica dell’ampiezza
delle porte d’accesso.
Il diritto potestativo di cui si è detto è
esercitabile anche nei confronti dell’unico proprietario
dell’immobile, sia esso soggetto privato o pubblico.
Al proprietario
dell’immobile dovrà conseguentemente essere rivolta la richiesta di
innovazione.

3.3. Potrà beneficiare delle disposizioni contenute
nell’art.2 in esame colui il quale, affetto da obiettive menomazioni o
per effetto di patologie invalidanti irreversibili (pneumopatie,
disturbi cardiocircolatori, ecc.), non sia in grado di raggiungere la
propria abitazione se non con l’aiuto di terze persone, a rischio
della salute.

3.4. Il comma 3 dell’art.2, richiamandosi a specifiche
norme del codice civile, detta infine disposizioni comportanti il
divieto di eseguire innovazioni che possano recare pregiudizio
all’immobile (art.1120, comma 2, codice civile) e la possibilità da
parte del condomino, che si sia dissociato dalla volontà di modificare
le cose comuni con innovazioni suscettibili di utilizzazione separata
(es. ascensore), di partecipare in un secondo momento ai vantaggi
della innovazione, contribuendo, ai sensi dell’art.1121, comma 3,
codice civile, alle spese di esecuzione e manutenzione dell’opera. La
stessa facoltà, oltre al condomino, spetta ai suoi eredi o aventi
causa.
In definitiva le opere oggetto delle deliberazioni di cui al
primo comma dell’art.2, finalizzate al superamento delle barriere
architettoniche, incontrano gli unici limiti nel pregiudizio alla
stabilità o alla sicurezza del fabbricato, nell’alterazione del decoro
architettonico o nella inservibilità all’uso o al godimento anche di
un solo condomino di parti comuni (art.1120, comma 2, codice
civile).
Le innovazioni invece eseguibili ai sensi del comma 2
dell’art.2, cioè quelle poste in essere dal portatore di handicap
(ovvero da chi ne esercita la tutela o potestà), a proprie spese,
nell’ipotesi di rifiuto o mancata risposta da parte del condominio,
oltre ai limiti sopra menzionati (art.1120, comma 2, codice civile),
possono riguardare tassativamente soltanto gli interventi specificati
nel comma stesso, quali, a titolo esemplificativo, il servoscala, la
piattaforma mobile, i sistemi di apertura automatica di porte o
cancelli, le carrozzelle elettriche montascale (ma non anche, quindi,
l’ascensore).

3.5. Problemi particolari possono sorgere con riguardo
all’ipotesi in cui il portatore di handicap abiti a titolo di
proprietà o di locazione l’alloggio, e a seconda che le opere incidano
sulle parti comuni o meno.
Se l’interessato è proprietario e le
innovazioni riguardano parti comuni di un edificio condominiale è
necessario munirsi dell’autorizzazione del condominio. Se l’assemblea
approva, con le maggioranze previste, la modifica, la spesa sarà
ripartita, secondo i criteri stabiliti nel codice civile, per quote
millesimali (fermo restando la possibilità di ottenere il contributo
di cui agli artt. 9 e segg.). Se invece l’assemblea non delibera
l’innovazione (o comunque non si pronuncia entro 3 mesi in merito ad
essa), nell’ipotesi in cui le opere siano tra quelle comprese
nell’elencazione formulata nel più volte citato comma 2 dell’art.2 e
il portatore di handicap (o chi ne esercita la tutela o potestà)
intenda avvalersi del diritto di fa…

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