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Social Housing: esclusione o integrazione?

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Il Comune di Roma ha approvato ultimamente il Piano Casa, che include misure relative al social housing, misure che non sono piaciute a diverse associazioni e fondazioni attive nel sociale. Al fine di ottenere chiarimenti dal sindaco Alemanno, le fondazioni e i singoli cittadini, uniti dall’impegno sociale, hanno iniziato una raccolta firme, cui hanno partecipato la Fondazione Charlemagne, Talenti, Dedalus, Medici  per i diritti umani.

Ciò che ha provocato la loro reazione è stata la distinzione “netta e scandalosa” tra aree residenziali, pari al 60% e aree abitative per uso sociale, il 40%, destinate a portatori di svantaggio sociale. Nel comma 3 dell’articolo 6 del bando di concorso si trovano le testuali parole: ‘la parte di edilizia residenziale sociale (o di housing sociale), corrispondente alla quota di Edilizia abitativa in locazione a canone sociale, deve essere realizzata in una o piu’ unita’ edilizie possibilmente distinte dall’edilizia abitativa libera’.

I sottoscrittori della petizione non approvano proprio questo tipo di logica “escludente”, laddove in altri Paesi europei il social housing si traduce in una pratica dell’integrazione ed inclusione sociale. “Prima ancora di essere curato, il disagio può essere prevenuto, e questo solo grazie all’integrazione”, affermano le associazioni e fondazioni che si rivolgono al sindaco. E continuano, chiedendo un incontro per il confronto: ”i muri e le distanze previste nel bando non potranno mai costituire le basi di una politica abitativa adeguata ai nostri tempi e siamo convinti tradiscano i valori dell’inclusione sostenuti dalla stessa Unione Europea”.

C.C.

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