Barriere architettoniche sui beni vincolati: quando è consentita l'eliminazione? | Edilone.it

Barriere architettoniche sui beni vincolati: quando è consentita l’eliminazione?

Gli interventi di natura edilizia volti a favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche non sono consentiti se recano un «serio pregiudizio» al bene tutelato

barriera architettonica
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Il Consiglio di Stato si è ultimamente pronunciato in tema di autorizzazione di lavori per l’eliminazione di barriere architettoniche su immobili vincolati, affrontando il caso in cui veniva negata la possibilità di realizzare di un ascensore esterno, da posizionare nella chiostrina interna dello stabile ricadente in zona di PRG “Città Storica”.

Nella sentenza è stato osservato come l’art. 4 della legge 9 gennaio 1989 n. 13 prevede che, nel caso in cui i relativi interventi riguardino i beni sottoposti a disposizioni di tutela per il loro valore paesaggistico o per l’esistenza di un vincolo di natura storico ed artistico, «l’autorizzazione può essere negata solo ove non sia possibile realizzare le opere senza serio pregiudizio del bene tutelato» e che «il diniego deve essere motivato con la specificazione della natura e della serietà del pregiudizio, della sua rilevanza in rapporto al complesso in cui l’opera si colloca e con riferimento a tutte le alternative eventualmente prospettate dall’interessato».

In una valutazione comparativa fra i diversi interessi di grande impatto sociale, il legislatore ha ritenuto che gli interventi di natura edilizia, volti a favorire il superamento e l’eliminazione delle barriere architettoniche negli edifici privati sottoposti a tutela per il loro particolare interesse paesaggistico o storico artistico, possono essere non consentiti dalle amministrazioni preposte ad esercitare la funzione di tutela solo se recano un «serio pregiudizio» al bene tutelato.

A ben vedere, quindi, il Consiglio di Stato ha sottolineato l’importanza del rilievo sociale e dell’entità del pregiudizio eventualmente arrecato a seguito della rimozione della barriera architettonica come gli elementi su cui basarsi per acconsentire all’intervento edilizio.

Dal testo normativo e dalla finalità della legge n. 13 del 1989 non si può, tuttavia, desumere la presenza di un principio di superabilità e derogabilità assoluta ed automatica dei vincoli posti sugli immobili per finalità di tutela storico culturale o paesistico ambientale, a fronte delle esigenza di tutela di soggetti portatori di minorazioni fisiche, se la realizzazione delle opere rechi un serio pregiudizio all’interesse culturale protetto, dovendo in ogni caso essere valutato l’impatto di tali opere sui beni in questione e potendo tali opere essere autorizzate solo se non arrecano un serio pregiudizio ai beni vincolati.

Il delicato compito di valutare la rilevanza del pregiudizio che il bene tutelato potrebbe subire per effetto dell’intervento edilizio progettato al fine di eliminare le barriere architettoniche spetta alle amministrazioni che esercitano le funzioni di tutela.

L’amministrazione interessata, quando si esprime in modo negativo sulla autorizzazione richiesta, deve indicare gli elementi che caratterizzano il pregiudizio e la sua serietà, in concreto e in rapporto alle caratteristiche proprie del bene culturale in cui l’intervento andrebbe a collocarsi (Cons. Stato. Sez. VI, 12 febbraio 2014, n. 682).

Per mitigare gli effetti degli interventi resi necessari per eliminare le barriere architettoniche e per rendere ancora più lieve la (non seria) alterazione del bene tutelato, il legislatore, per i beni di interesse storico artistico, ha assegnato agli organi di tutela anche il potere di imporre «apposite prescrizioni» sulle opere da realizzare (art. 5, comma 1, della legge n. 13 del 1989).

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