Sicurezza lavoro: il nuovo decreto varato dal Cdm | Edilone.it

Sicurezza lavoro: il nuovo decreto varato dal Cdm

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Approvato nella riunione straordinaria del Consiglio dei Ministri di giovedì 6 Marzo lo schema di Testo Unico Sicurezza lavoro, ai sensi dell’art. 1 della Legge 123/2007. Si tratta della prima approvazione di un iter lungo e complesso.

Il provvedimento ridisegna la materia della salute e sicurezza sul lavoro le cui regole – fino ad oggi contenute in una lunga serie di disposizioni succedutesi nell’arco di quasi sessanta anni – sono state rivisitate dal legislatore con il dichiarato obiettivo di collocarle in un’ottica di sistema. La riforma è stata realizzata, da un lato, in piena coerenza con le direttive comunitarie e le convenzioni internazionali e, dall’altro, nel rispetto delle competenze in materia attribuite alle Regioni dall’articolo 117 della Costituzione.

Il testo definitivo, ai sensi dell’art. 1 della Legge 123/2007, non è ancora noto, anche se “circolano” diverse “bozze”, che prevedono:
– oltre 300 articoli totali;
– 12 Titoli;
– oltre 50 Allegati.

Tra le principali novità contenute nel testo, non ancora pubblicato, si segnalano:
– l’ampliamento del campo di applicazione delle disposizioni in materia di salute e sicurezza, ora riferite a tutti i lavoratori che si inseriscano in un ambiente di lavoro, senza alcuna differenziazione di tipo formale e finanche ai lavoratori autonomi, con conseguente innalzamento dei livelli di tutela di tutti i prestatori di lavoro;
– il rafforzamento delle prerogative di RLS, RLST e RLS di “situ” (es. cantieri), in particolare di quelle dei rappresentanti dei lavoratori territoriali (destinati a operare, su base territoriale o di comparto, ove non vi siano rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza in azienda), e la creazione di un rappresentante di sito produttivo, presente in realtà particolarmente complesse e pericolose (ad esempio, i porti);
– la rivisitazione e il coordinamento delle attività di vigilanza. Il legislatore intende creare un sistema informativo, pubblico ma al quale partecipano le parti sociali, per la condivisione e la circolazione di notizie sugli infortuni, sulle ispezioni e sulle attività in materia di salute e sicurezza sul lavoro, utile anche a indirizzare le azioni pubbliche.
La vigilanza sull’applicazione delle norme sulla sicurezza è svolta dalle Asl e dai vigili del fuoco. Ma anche gli ispettori del Ministero del lavoro possono esercitare attività di vigilanza. Il personale delle pubbliche amministrazioni assegnato alle attività di vigilanza non può prestare ad alcuni titolo attività di consulenza.
Norme particolarmente severe riguardano il contrasto del lavoro nero. Gli ispettori del ministero possono sospendere un’attività imprenditoriale qualora riscontrino l’impiego di personale non in regola in misura pari o superiore al 20% del totale dei lavoratori, oppure in caso di reiterate violazioni della disciplina sul superamento dei tempi di lavoro.

E ancora:
– il finanziamento delle azioni promozionali private e pubbliche, con particolare riguardo alle piccole e medie imprese, tra le quali l’inserimento nei programmi scolastici e universitari della materia della salute e sicurezza sul lavoro;
-la revisione del sistema delle sanzioni. In base ai criteri indicati dalla legge delega 123/2007 è stata prevista la pena dell’arresto da sei a diciotto mesi per il datore di lavoro che non abbia effettuato la valutazione dei rischi cui possono essere esposti i lavoratori in aziende che svolgano attività con elevata pericolosità. Nei casi meno gravi di inadempienza, il decreto legislativo prevede, invece, che al datore di lavoro si applichi la sanzione dell’arresto alternativo all’ammenda o della sola ammenda, con un’attenta graduazione delle sanzioni in relazione alle singole violazioni. Per favorire l’adeguamento alle disposizioni indicate dal decreto legislativo, al datore di lavoro che si metta in regola non è applicata la sanzione penale ma una sanzione pecuniaria. Nella stessa logica, il datore di lavoro che cominci ad eliminare concretamente le conseguenze della violazione o che adempia, pur tardivamente, all’obbligo violato ottiene, nel primo caso, una riduzione della pena, nel secondo caso la sostituzione della pena con una sanzione pecuniaria che va da un minimo di 8.000 euro a un massimo di 24.000. Ovviamente tale possibilità è esclusa, quando il datore di lavoro sia recidivo o si siano determinate, in conseguenza della mancata valutazione del rischio, infortuni sul lavoro con danni alla salute del lavoratore. Restano, naturalmente, inalterate le norme del codice penale – estranee all’oggetto della delega – per l’omicidio e le lesioni colpose (articolo 589 e 590) causate dal mancato rispetto delle norme in materia di sicurezza sul lavoro.

L’apparato sanzionatorio costituisce il punto critico dello scontro con Confindustria, che non ne ha apprezzato la formulazione tanto nella versione originale quanto in quella correttiva. ”Rimane – sostiene il comunicato congiunto diramato dal mondo datoriale – tutta la parte delle norme tecniche che non ha costituito oggetto di alcun approfondimento e lo dimostrano i palesi errori di coordinamento che emergono dalla lettura dei testi. Il decreto non coglie poi gli obiettivi di semplificazione degli adempimenti che, specie per le piccole e medie imprese rappresenta una esigenza da tempo attesa per una migliore attuazione delle normative di sicurezza”. In particolare il presidente di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, ha ribadito la contrarietà degli industriali a un inasprimento sanzionatorio.

Ma in che punto l’apparato sanzionatorio è stato “riproporzionato”?

Già durante il Cdm, il ministro della Giustizia Scotti aveva fatto trapelare l’oggetto dell’intervento correttivo: “Ci sarà una sorta di redenzione”, aveva spiegato, aggiungendo che le sanzioni “sono quelle di prima, rivalutate secondo gli indici Istat”. Il regime sanzionatorio resta pesante, ma è comunque ricalibrato rispetto alle versione originale nella parte in cui il decreto legislativo prevede la possibilità di tramutare l’arresto (stabilito nei casi di gravi inadempienze in aziende considerate fortemente a rischio) con il pagamento di una ammenda non inferiore a 8.000 euro e non superire a 24.000. Nel testo iniziale l’esclusività dell’arresto (da sei mesi a due anni) era previsto quando il datore di lavoro non avesse effettuato la valutazione dei rischi nel caso di centrali termoelettriche, fabbriche di esplosivi, aziende industriali con più di 200 dipendenti, aziende estrattive con oltre 50 dipendenti, cliniche, aziende con rischi biologici o che si occupano dello smaltimento e della bonifica dell’amianto. Nell’ultima versione, approvata poco dopo le 19, l’arresto previsto va da 6 mesi ad un anno e mezzo e può essere tramutato in ammenda pecuniaria. In questo caso il giudice può decidere la trasformazione in pagamento pecuniario, su richiesta dell’imputato, solo a precise condizioni: che il datore di lavoro abbia provveduto a mettersi in regola con gli adempimenti, che la violazione non sia stata causa di infortuni, che il soggetto non abbia già riportato condanna definitiva per la violazione di norme sulla prevenzione degli infortuni.

L’apparato delle sanzioni si divide così in quattro fasce: la sanzione più grave (6-18 mesi o ammenda pecuniaria alle condizioni sopra esposte) nel caso in cui si contravvenga alla mancata elevazione della valutazione di rischio per imprese che svolgono la propria attività in un contesto pericoloso (sostanze nocive, incendiarie, esplosivi). Al secondo livello, esiste una fascia di sanzioni intermedie per condotte intermedie con sanzioni pecuniarie e per i casi più gravi una pena detentiva. Un terzo gruppo di sanzioni prevede solo pene pecuniarie, e l’ultimo solo illeciti amministrativi.

L’approvazione finale del Testo Unico Sicurezza lavoro sarà una corsa contro il tempo e a fronte di un iter lungo e complesso, che prevede:
– prima approvazione in Consiglio dei Ministri;
– primo parere delle Commissioni competenti di Camera e Senato (hanno fino a 60 gg di tempo ma potrebbero darlo anche in tempi brevissimi);
– parere delle Regioni entro metà marzo (data ultima di riunione della Conferenza Unificata);
– seconda approvazione in Consiglio dei Ministri (che tenga conto dei pareri di Camera, Senato e Regioni);
– secondo parere delle Commissioni competenti di Camera e Senato (hanno sempre fino a 60 gg di tempo);
– parere del Consiglio di Stato;
– terza e definitiva approvazione del Consiglio dei Ministri (che tenga conto degli eventuali ulteriori pareri di Camera, Senato e Consiglio di Stato e Regioni);
– firma del Capo dello Stato:
– pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.

Per altre informazioni, consultare il sito web:
http://www.governo.it/

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