Ponteggi: datore di lavoro sempre responsabile degli infortuni al lavoratore | Edilone.it

Ponteggi: datore di lavoro sempre responsabile degli infortuni al lavoratore

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La recente sentenza della Cassazione 2455/14 sulla sicurezza dei cantieri, registrata il 4 febbraio, ribadisce precedenti pronunce e approfondisce alcuni aspetti degli incidenti relativi alle lavorazioni sulle impalcature o ponteggi.

La vertenza riguarda un incidente per la caduta da un’impalcatura di un lavoratore che stava montando il ponteggio per l’esecuzione di lavori di riparazione ad un viadotto.

In prima istanza il datore di lavoro è stato condannato dal Tribunale di Trapani a ripagare il lavoratore del danno subito. Ma la Corte d’Appello ha deciso che il datore deve pagare solo il 70% del danno, essendovi concorso di colpa da parte del lavoratore. Contro questa riduzione il lavoratore ha fatto ricorso alla Corte di Cassazione che ha annullato la sentenza della Corte d’appello rinviando alla stessa l’esame della questione.

Occorre premettere che in questa sede si fa riferimento solo alle parti della sentenza che riguardano la sicurezza sui cantieri temporanei o mobili. Inoltre occorre sottolineare che la sentenza non fa menzione della presenza del coordinatore per la sicurezza e della sue eventuali responsabilità. È da ritenere che la nomina del coordinatore non fosse richiesta trattandosi di cantiere con una sola impresa.

In sintesi, il lavoratore è caduto al suolo da 6 metri, mentre stava montando un ponteggio per lavori di rifacimento della parte sottostante di un viadotto stradale, riportando frattura del bacino e amputazione del braccio sinistro. Il lavoratore non aveva usate la cintura di sicurezza perché quella in dotazione aveva una catena di soli cm 60, inidonea al lavoro di montaggio del ponteggio. Inoltre le tavole del piano di calpestio non erano fissate, né in buono stato di conservazione. I lavori, nonostante la pericolosità, venivano eseguiti dal solo operaio infortunato, in assenza della prescritta vigilanza. La responsabilità del datore di lavoro è rafforzata dal fatto che il giorno successivo all’incidente il ponteggio è stato completamente smontato, presumibilmente per evitare gli accertamenti degli organi di controllo.

Nel rinviare la questione alla Corte d’appello, la Cassazione ha dato mandato di seguire alcuni principi che di seguito si riassumono.

1. In caso di esecuzione di opere di montaggio o smontaggio di impalcature e di lavorazioni che espongano i lavoratori a rischi di caduta dall’alto (cui si collegano sia l’obbligo, qualora non sia possibile disporre di impalcati di protezione o parapetti, per il dipendente dell’utilizzo della cintura di sicurezza debitamente agganciata, sia l’obbligo per l’imprenditore o la persona da lui nominata di provvedere alla diretta sorveglianza dei lavori), il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le misure idonee protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, se non viene specificamente dimostrato che ricorrono tutti gli elementi propri dell’ipotesi del “rischio elettivo”.

Occorre inoltre considerare che:

  a) il lavoratore non aveva fatto uso delle cintura di sicurezza perché quelle in dotazione erano munite di una catena troppo corta per l’esecuzione del lavoro di montaggio del ponteggio

  b) le tavole costituenti i piani di calpestio del ponteggio (ove operava il lavoratore) non erano fissate o comunque tenute ferme onde evitare la caduta del lavoratore e non erano in perfetto stato di conservazione

  c) i lavori di realizzazione del ponteggio venivano svolti, in assenza della prescritta vigilanza, dal lavoratore infortunatosi da solo, nonostante la precarietà delle strutture man mano montate e la pericolosità del lavoro dovuta anche all’altezza a cui veniva svolto

2. In materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, ai fini della ripartizione di responsabilità stabilita in via gerarchica, tra datore di lavoro, dirigenti e preposti, la figura del preposto ricorre nel caso in cui il datore di lavoro operi per deleghe secondo vari gradi di responsabilità, e presuppone uno specifico addestramento a tale scopo, oltre al riconoscimento, con mansioni di caposquadra, della direzione esecutiva di un gruppo di lavoratori e dei relativi poteri per l’attribuzione di compiti operativi nell’ambito dei criteri prefissati. Ne consegue che non può essere considerato “preposto” ai suddetti fini l’operaio più anziano di una squadra, pur dotato di maggiore esperienza rispetto agli altri, ma privo di uno specifico addestramento al ruolo di capo squadra nonché dei poteri di direzione esecutiva dei lavori della squadra stessa.

L’autore


Enrico Milone

Architetto, laureato a Napoli nel 1958, inizia nel 1959 un’attività che, accanto a progetti edilizi e urbanistici (tra cui la sede degli uffici Inps a Terni e due torri del comprensorio di Tor Bella Monaca, di cui segue il coordinamento architettonico insieme a studio Passarelli e Alessandro Calza Bini), vede la partecipazione attiva alla vita culturale e professionale locale, nazionale e internazionale. Membro del Consiglio dell’Ordine degli Architetti di Roma dal 1975, tra il 1980 e 1985 ne è presidente. Nel 1986 entra a fare parte del Cna e nel 1993 diventa tesoriere dell’Uia. Grande esperto di questioni legate alla professione e al suo esercizio, è docente in numerosi corsi di aggiornamento per tecnici e nel 2001 diventa professore a contratto alle facoltà Roma Tre e Valle Giulia. A partire dalla fine degli anni ottanta inizia l’attività di pubblicista: è autore, tra l’altro, di Architetto. Manuale per la professione (Dei, 1989), del Nuovo Manuale dei capitolati (Mancosu, 2004) e del Manuale per la professione architetto-ingegnere (Mancosu, 2008) e cura rubriche per L’architettura. Cronache e storia, L’architetto Italiano e L’ingegnere.

Riferimenti Editoriali


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