Le nuove procedure standardizzate per la Vdr: progresso o complicazione? | Edilone.it

Le nuove procedure standardizzate per la Vdr: progresso o complicazione?

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Il 6 febbraio 2013 è entrato in vigore il decreto interministeriale 30 novembre 2012 che ha introdotto importanti novità normative per la Valutazione dei rischi (Vdr). In particolare, viene previsto per le imprese che occupano fino a 10 lavoratori, o fino a 50 lavoratori nei casi in cui è previsto dalla norma, il ricorso a un modello standardizzato per la Vdr, l’individuazione delle misure di prevenzione e protezione e l’elaborazione del programma necessario a mettere in atto le misure previste.

Per fare un primo bilancio del nuovo procedimento, abbiamo intervistato in esclusiva Andrea Rotella, libero professionista specializzato in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro. Rotella sarà tra i protagonisti del calendario di convegni ed eventi organizzati da Wolters Kluwer Italia all’interno di Ambiente Lavoro (a Bologna dal 16 al 18 ottobre 2013), il salone della sicurezza che quest’anno si svolgerà all’interno di Saie (16-19 ottobre 2013).

Oltre ad essere relatore e moderatore di diversi incontri (clicca qui per il programma completo e le iscrizioni), Rotella sarà presente tutti i giorni nello spazio “Consulta i nostri esperti“, per dialogare “in diretta” con i professionisti su casi e questioni e novità normative interessanti la sicurezza sul lavoro.


L’autocertificazione della Vdr, che ha preceduto le procedure standardizzate, perché andava sostituita?

L’autocertificazione avrebbe dovuto essere per l’azienda lo strumento di programmazione autonoma di obiettivi, tempi e responsabilità per migliorare le condizioni di igiene e sicurezza sul lavoro. Non era prevista nel testo originario del D.Lgs. n. 626/1994: fu introdotta successivamente, con le modifiche apportate dal D.Lgs. n. 242/1996. L’intento era di facilitare la gestione documentale per le aziende di piccole dimensioni, inferiori a 10 addetti, che, come noto, costituiscono circa il 95% della struttura produttiva dell’Italia.

Il problema in sé non era il rischio, pur concreto, che dietro quelle autocertificazioni si celasse un’assenza totale di valutazione dei rischi, quanto piuttosto che, in assenza del documento di valutazione dei rischi (Dvr), sarebbe venuto a mancare un pilastro fondamentale dell’approccio innovativo alla prevenzione che si stava iniziando a implementare in base alle direttive comunitarie.

Tanto è vero che contro l’Italia la Commissione UE avviò un procedimento di messa in mora, poi ritirato con il parere inviato dalle autorità italiane il 21 novembre 2012. Anche il D.Lgs. n. 81/2008 (Testo Unico per la sicurezza) ha mantenuto la possibilità di autocertificare l’avvenuta valutazione dei rischi, con le stesse esclusioni previste dalla normativa previgente. Ma il legislatore del Testo Unico aveva previsto un termine temporale per il regime dell’autocertificazione, il 30 giugno 2012, posticipata progressivamente, prima al 31 dicembre 2012 e poi, con la legge di stabilità 2013, al 30 giugno 2013.

È davvero l’inizio di una nuova fase?

Il decreto interministeriale 30 novembre 2012 ha dato attuazione alle procedure standardizzate per la valutazione dei rischi ed è entrato in vigore il 6 febbraio 2013. L’introduzione dello strumento delle procedure standardizzate rappresenta un’innovazione di non poco conto rispetto all’autocertificazione.

La logica alla base della procedura standardizzata si propone di uniformare quanto possibile la documentazione della valutazione dei rischi, anche per renderla omogenea sul territorio nazionale, e di fornire un modello standard di documento, attenendosi al quale il datore di lavoro ha la certezza di aver adempiuto al dettato normativo. Permangono tuttavia non pochi dubbi, sia di natura metodologica che di carattere interpretativo.

Quali sono le criticità interpretative?

Il campo di applicazione delle procedure standardizzate è differente rispetto a quello già previsto per l’autocertificazione della valutazione dei rischi. Da un’interpretazione letterale del testo dell’art. 29, comma 5, il Testo Unico, infatti, finisce per estendere la possibilità di ricorrere alla procedura standardizzata per la valutazione dei rischi, senza alcuna eccezione, a qualunque tipologia di aziende che occupino fino a 10 lavoratori. Questo, evidentemente, contrasta con quanto indicato nel testo stesso delle procedure standardizzate approvato dalla Commissione consultiva permanente, nel quale sarebbero escluse dall’uso delle procedure standardizzate le aziende fino a 10 lavoratori che rientrano nelle tipologie già escluse dal campo di applicazione dell’autocertificazione. Inoltre il D.Lgs. n. 81/2008 apre la possibilità di adottare le procedure standardizzate all’intero panorama delle piccole imprese, definite tali proprio sino alla soglia dei 50 lavoratori (sia pure con le esclusioni previste per le aziende con rischi particolari).

Come funziona la metodologia standardizzata?

La procedura standardizzata introdotta dal D.I. 30 novembre 2012 definisce un iter procedurale per valutare i rischi che si compone di quattro ‘passi’ sequenziali, a loro volta suddivisi in dieci ‘azioni’, sintetizzati all’interno di uno schema che apre il documento approvato dalla Commissione consultiva permanente. Al testo della procedura standardizzata è allegata la modulistica, compilando la quale si ottiene il documento che rappresenta per il datore di lavoro l’adempimento all’obbligo di redazione del documento di valutazione dei rischi di cui all’art. 28 del D.Lgs. n. 81/2008.

Quali criticità presenta la sua applicazione?

È soprattutto l’iter proposto, più che ai contenuti previsti dalla modulistica allegata alla procedura, che presenta alcune criticità. Il Passo n. 1 consiste in una parte descrittiva nella quale il valutatore dovrà inserire all’interno del Modulo 1.1 i dati identificativi dell’azienda, mentre la seconda azione consisterà nella descrizione delle lavorazioni aziendali e identificazione delle mansioni, per la quale dovrà essere impiegato il Modulo 1.2. È qui interessante notare che, con riguardo a questa seconda azione, la procedura prevede che i dati siano raccolti e organizzati per cicli lavorativi, suddividendo ciascuno di essi in fasi di lavoro, per ciascuna delle quali il compilatore dovrà inserire nel modulo vari dettagli. Se in azienda sono presenti più cicli lavorativi dovranno essere compilati tanti Modulo 1.2 quanti sono i cicli. 

Il successivo Passo n. 2 consiste nell’individuazione dei pericoli presenti in azienda e comporta la compilazione del Modulo 2. La redazione di questo modulo, in linea con l’organizzazione dei dati nel Passo n. 1, dovrà avvenire per ciascun ciclo lavorativo, per cui se ne dovranno compilare tanti quanti sono i cicli di lavorazione. Il Modulo 2 è un lungo elenco di ‘pericoli’, raggruppati per ‘famiglie di pericoli’, che il valutatore dovrà indicare se presenti o non presenti. L’elenco non è da considerarsi esaustivo e la presenza di ulteriori ‘pericoli’ rispetto a quelli elencati dovrà essere inserita nella voce “altro”, in fondo al Modulo 2.

I ‘pericoli’ e le ‘famiglie di pericoli’ elencati nel Modulo 2 altri non sono, per buona parte, se non le rubriche di singoli articoli del D.Lgs. n. 81/2008 o i punti degli Allegati alla norma stessa. Ma la definizione di “pericolo” che il D.Lgs. n. 81/2008 fornisce all’art. 2, comma 1, lett. r), in linea con altre definizioni contenute nelle norme tecniche nazionali e internazionali è: “proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni” e non ha nulla a che vedere con i ‘pericoli’ che la procedura standardizzata ci suggerisce.

Per fare un esempio (terzo rigo del Modulo 2), tra i pericoli compaiono i pavimenti. Stando alla definizione di cui sopra il pavimento non è il pericolo, ma il fattore. Piuttosto, uno dei pericoli connessi al pavimento sarebbe lo scivolamento essendo questa una proprietà intrinsecamente riferibile a una superficie pavimentata a cui corrisponderà un rischio più o meno elevato di scivolamento in funzione del coefficiente di attrito della superficie stessa. Inoltre quello dello scivolamento è solo uno dei pericoli che possono essere associati ad un pavimento. Altri potrebbero essere, ad esempio, l’inciampo o la caduta dall’alto (in presenza di aperture verso piani inferiori).

Barrare la voce “pavimento” secondo l’impostazione fornita dal modello approvato dalla Commissione consultiva permanente significa fare un unico “minestrone” di tutte queste informazioni e dalla lettura del documento non si evincerebbe se in azienda vi è un pericolo di inciampo, scivolamento o caduta associato alla presenza di un pavimento, ma unicamente che in azienda è presente un pavimento!

E se l’esempio appena fatto non convincesse, si invita a leggere per intero la colonna 2 del Modulo 2 nella quale vengono definite ‘pericoli’ alcune voci alquanto singolari, quali spogliatoi e armadi per il vestiario, dormitori, aziende agricole. Non si può che rimanere disorientati, dopo così tanti anni dall’introduzione del concetto di valutazione dei rischi, nell’assistere al perpetuarsi di una simile confusione terminologica, per di più all’interno del modello che dovrebbe definire lo standard di una valutazione dei rischi per le piccole aziende.

Lo sforzo determinato dall’aver organizzato i dati per cicli lavorativi e successivamente per fasi viene ad essere vanificato con il Passo n. 3 denominato “valutazione dei rischi”. Questo consiste nella compilazione del Modulo 3.

Afferma la procedura che: “Il Modulo 3 deve riportare in modo coerente le aree/reparti/luoghi di lavoro (colonna 1), le corrispondenti mansioni/postazioni (colonna 2) individuati nel Modulo 1.2 e i pericoli correlati (colonna 3) individuati nel Modulo 2.”

Ciò tuttavia, risulta di non facile attuazione (per non dire impossibile): ciò che accomuna i Passi n. 1 e n. 2 è il riferimento al medesimo ciclo lavorativo e nel Modulo 2 non compare alcun riferimento all’area di lavoro o alla postazione a cui i vari ‘pericoli’ sono associati. Pertanto, se si procedesse a documentare i rischi nel Modulo 3 usando la colonna 1 “Area/Reparto/Luogo di lavoro” o la colonna 2 “Mansioni/Postazioni”, non si potrebbero associarvi i pericoli.

L’unico modo per compilare il Modulo 3 è pertanto quello di redigerne uno per ciascun ciclo lavorativo, riportandovi all’interno i pericoli individuati nel Modulo 2 e associandovi di conseguenza le misure di prevenzione e protezione attuate, ma in ogni caso il valutatore dovrà compiere lo sforzo aggiuntivo di riorganizzare i dati associando a ciascun pericolo l’area di lavoro e la mansione esposta, quando, coerentemente, si sarebbe dovuto piuttosto compilare un Modulo 2 per ciascuna fase di lavoro alla quale, grazie al Modulo 1.2, sono associate le aree di lavoro e le mansioni esposte.

Inoltre non compare alcun criterio di analisi e stima del rischio, ovvero la vera e propria valutazione dei rischi, i cui criteri devono essere espressamente definiti ai sensi dell’art. 28, comma 2, lett. a).

L’ultimo rilievo riguarda il successivo e ultimo Passo n. 4, denominato “definizione del programma di miglioramento”. In questo caso dovranno essere compilate le colonne 6, 7 e 8 del Modulo 3, indicando le misure di miglioramento da adottare, gli incaricati della realizzazione e la data di attuazione delle misure di miglioramento.

Si nota un’ulteriore grande assenza rispetto alle previsioni dell’art. 28 e, precisamente, la previsione che il Documento di valutazione dei rischi debba contenere “l’individuazione delle procedure per l’attuazione delle misure da realizzare”, mentre nel Modulo n. 3 si ritrova unicamente un elenco di misure di miglioramento senza che vi sia una colonna nella quale si specifichi come esse debbano essere attuate.

Quali prospettive vede per questa nuova procedura?

Alla fine, è evidente che, in un modo o nell’altro, se ne verrà a capo, ma se lo scopo della procedura standardizzata era quello di definire un iter semplice e coerente di valutazione che semplificasse la vita alle piccole aziende, non sembra si possa affermare che questo obiettivo è stato conseguito.

L’innovazione delle procedure standardizzate rappresenta un netto miglioramento rispetto all’autocertificazione, non fosse altro perché comporta anche per le piccole aziende, fino a 10 lavoratori, la necessità di redigere un documento programmatico che definisca gli obiettivi di sicurezza e salute. Inoltre, anche solo il riuscire a rendere omogenei per una realtà così presente nel tessuto produttivo italiano i documenti di valutazione dei rischi aiuterà il processo di allineamento agli obblighi imposti dalla normativa.

D’altro canto, le numerose incoerenze evidenziate non possono che richiedere auspicabili interventi di chiarificazione in merito, perché non si assista ad un’applicazione diversificata della norma, a causa delle differenti interpretazioni, il che vanificherebbe il processo di standardizzazione implementato.

Inoltre, sarebbe opportuno che la Commissione consultiva permanente rivedesse in ottica sistemica i contenuti della procedura proposta e, se possibile, proponesse ulteriori e specifiche procedure standardizzate per singoli settori produttivi, magari mantenendo la logica e il modello di fondo.

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