URBANISTICA ED EDILIZIA - Sagoma di un edificio - Elementi di identificazione - Modificazione sagoma - Conseguenze | Edilone.it

URBANISTICA ED EDILIZIA – Sagoma di un edificio – Elementi di identificazione – Modificazione sagoma – Conseguenze

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URBANISTICA ED EDILIZIA – Sagoma di un edificio – Elementi di identificazione – Modificazione sagoma – Conseguenze.
In materia urbanistica, la modificazione dell’altezza, anche di un vano, di un edifico comporta un mutamento dell’intera sagoma. Per sagoma s’identifica il perimetro dell’immobile inteso sia in senso verticale sia orizzontale, in quanto concerne il contorno che l’edificio assume. Inoltre, anche l’aumento d’altezza del sottotetto può comportare una modificazione di destinazione perché suscettibile di trasformare in unità abitale un vano tecnico non abitabile. CORTE DI CASSAZIONE PENALE,  Sentenza n. 38408 del 9/10/2008

UDIENZA del 9.7.2008

SENTENZA N. 1780

REG. GENERALE n. 15683/08

REPUBBLICA ITALIANA
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
Sez. III Penale

Composta dai sigg. magistrati:

Dott. Guido De Maio                                 presidente
Dott. Agostino Cordova                            consigliere
Dott. Pierluigi Onorato                              consigliere
Dott. Ciro Petti                                         consigliere
Dott. Aldo Fiale                                        consigliere

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

– sul ricorso proposto dal difensore di Vela Adriano, nato a Pellagra il 9 ottobre del 1942; Pepe Antonino, nato a Rocca Santo Stefano l’11 aprile del 1946 e Vela Amerigo, nato a Bellegra il 17 settembre del 1950, avverso la sentenza della corte d’appello di Roma del 18 giugno del 2007;
– udita la relazione svolta del consigliere dott. Ciro Petti;
– sentito il procuratore generale nella persona del dott. Santi Consolo, il quale ha concluso per il rigetto del ricorso;

– udito il difensore avv Angelo Fiumara, il quale ha concluso per l’accoglimento del ricorso;
– letti il ricorso e la sentenza denunciata osserva quanto segue:

 
IN FATTO

La corte d’appello di Roma, con sentenza del 18 giugno del 2007, confermava quella resa il 29 novembre del 2005 dal tribunale di Tivoli, sezione distaccata di Palestrina, con cui Vela Adriano, Vela Amerigo e Pepe Antonino, erano stati condannati alla pena di gg 20 di arresto ed euro 4000 di ammenda, quali responsabili, in concorso tra loro, del reato di cui all’articolo 44 lettera b) del D.P.R. n 380 del 2001, per avere realizzato la costruzione di tre palazzine con ampliamenti di cubatura rispetto al progetto approvato. Fatto commesso il 16 febbraio del 2004.

La corte, dopo avere precisato che l’affermazione del tribunale, secondo il quale gli imputati erano sprovvisti di titolo abilitativo, è frutto di una banale svista nel senso che i prevenuti non avevano realizzato l’opera in assenza di titolo abilitativo, ma con difformità totali, osservava:

a) che non si era verificata alcuna abolitio criminis per effetto del differimento dell’entrata in vigore del testo unico;

b) che il fatto contestato non poteva essere inquadrato nell’ipotesi di cui alla lettera a) dell’articolo 44 del testo unico, in quanto tale norma si riferisce a variazioni di minima entità; che la costruzione alla data del sequestro (16 febbraio del 2004) era in atto e quindi gli abusi, non risultando ultimati entro il 31 marzo dei 2003, non erano condonabile.

Ricorrono per cassazione gli imputati per mezzo del comune difensore deducendo:

1) la nullità della sentenza per la violazione degli artt. 521 e 522 c.p.p. in quanto, mentre nel capo d’imputazione si era contestata la costruzione in variazione essenziale, la quale è punita a norma dell’articolo 44 lettera a) del testo unico, se l’intervento non riguarda beni vincolati, nella sentenza era stata pronunciata condanna per la difformità totale dal progetto;

2) la violazione della norma incriminatrice perché il fatto contestato, avuto riguardo all’epoca della realizzazione, non costituisce reato per l’abrogazione dell’articolo 20 della legge n 47 del 1986 disposta con l’articolo 136 del testo unico; : il differimento dell’entrata in vigore del testo unico, secondo il difensore, non avrebbe fatto venir meno l’effetto abrogativo;

3) la violazione degli artt. 31, 32 e 33 del testo unico sull’edilizia poiché le difformità non erano totali ma di lieve entità e quindi,non è configurabile il reato ritenuto in sentenza: sostengono che il lieve aumento dell’altezza prevista nel progetto aveva comportato un lieve aumento di cubatura e quindi il fatto configura l’ipotesi contravvenzionale di cui alla lettera a) dell’articolo 44 del testo unico;

4) omessa motivazione sull’entità e natura delle difformità;

5) la violazione dell’articolo 32 della legge n 326 del 2003 per l’omessa sospensione del procedimento a seguito della presentazione della domanda di condono e per l’omessa declaratoria di estinzione del reato: assumono che alla data del 31 marzo del 2003 gli immobili erano completi al rustico;

6) la violazione dell’articolo 479 c.p.p. per l’omessa sospensione del procedimento a seguito della presentazione del ricorso amministrativo avverso l’ordine di demolizione emesso dal dirigente responsabile del comune di Bellegra;

7) omessa declaratoria di estinzione del reato per prescrizione posto che gli immobili erano stati ultimati nel febbraio del 2003 o, alternativamente ,per il rilascio del permesso in sanatoria.

Con motivi aggiunti si è eccepita altresì la nullità della notificazione della sentenza d’appello a Pepe Antonino perché l’atto è stato consegnato a soggetto non convivente.

IN DIRITTO

Il ricorso proposto nell’interesse dei tre imputati è inammissibile per la manifesta infondatezza dei motivi. Trattandosi di un unico ricorso comunque inammissibile diventa superfluo stabilire, ai fini della tempestività del ricorso proposto nell’interesse di Pepe Antonino, se la notificazione della sentenza d’appello al predetto sia stata ritualmente eseguita a mani di familiare convivente. Secondo il difensore la nuora del prevenuto, che aveva ricevuto l’atto, non era convivente neppure temporaneamente con Pepe Antonino, come risulterebbe dalla certificazione anagrafica prodotta con la memoria aggiuntiva.

Con riferimento al primo motivo si rileva che la nullità della sentenza per la condanna per un fatto diverso da quello contestato si verifica quando vengono modificati gli elementi fattuali della fattispecie, ma non quando si qualifica diversamente il medesimo fatto. A norma dell’articolo 521 c.p.p. il giudice può dare al fatto una qualificazione diversa da quella enunciata nel capo d’imputazione purché il reato non ecceda la sua competenza. Nel caso in esame il fatto, con l’indicazione analitica delle modificazioni apportate al progetto approvato, non è stato modificato, ma si è solo ritenuto che le modificazioni, dettagliatamente indicate nel capo d’imputazione, configurassero difformità totali e non variazioni essenziali come originariamente indicato nell’imputazione.

Manifestamente infondato è anche il secondo motivo perché il problema della presunta abrogazione dell’articolo 20 della n 47 del 1985 ad opera dell’articolo 136 del testo unico è stato da tempo risolto da questa corte (cfr. Cass. n 38182 del 2002; n.9534 del 2003, 10274 del 2003, 12577 del 2005). D’altra parte, il problema sollevato dal difensore nella fattispecie non si pone perché l’abuso è stato commesso sotto la vigenza del testo unico.

Manifestamente infondato sono anche il terzo ed il quarto motivo, che vanno esaminati congiuntamente perché strettamente connessi. La modificazione dell’altezza di ogni vano ha comportato una modificazione dell’intera sagoma dell’edificio. Questa invero identifica il perimetro dell’immobile inteso sia in senso verticale sia orizzontale, in quanto concerne il contorno che l’edificio assume .Inoltre l’aumento d’altezza del sottotetto può comportare anche una modificazione di destinazione perché suscettibile di trasformare in unità abitale un vano tecnico non abitabile. La riprova che si tratta di modificazioni che hanno inciso sull’aspetto plano-volumetrico dell’edificio si trae dal fatto che il comune ha disposto la demolizione dell’immobile, come emerge dalla formulazione del sesto motivo, nonché dalla circostanza che nel rilascio del permesso in sanatoria prodotto dal ricorrente si fa riferimento a difformità totali. Quindi è lo stesso organo comunale a qualificare come difformità totali le modificazione al progetto. La corte, richiamando i verbali di sopralluogo e le foto in atto e precisando che le modificazioni non erano lievi, ha in definitiva recepito l’orientamento del comune.

Anche il quinto motivo è manifestamente infondato perché la sospensione del processo a seguito della presentazione della domanda di condono non è automatica e non va applicata indistintamente a tutti i processi per reati urbanistici, ma solo a quelli aventi ad oggetto opere condonabili. E’ invero inutile sospendere il procedimento se l’opera non è condonabile. In particolare la sospensione del processo per reati edilizi non si applica a reati relativi ad opere che non risultino ultimate nei limiti temporali fissati dal legislatore per l’applicabilità del condono ossia alle opere non ultimate, quanto meno al rustico, entro il 31 marzo del 2003. A norma dell’articolo 31 comma secondo della legge n 47 del 1985, richiamato dalla normativa sul condono edilizio, ai fini dell’applicabilità della sanatoria, si intendono ultimati gli edifici nei quali sia stato eseguito il rustico e completata la copertura. Un immobile si considera ultimato al rustico dopo il completamento di tutte le strutture essenziali, tra le quali vanno ricompresse le tamponature esterne, posto che queste determinano l’isolamento dell’immobile dall’intemperie e configurano l’opera nella sua volumetria (Cass. 26119 del 2004).

Nella fattispecie l’opera non era condonabile perché non completa al rustico alla data del 31 marzo del 2003. Invero, come risulta dalla sentenza impugnata, nella quale si richiamano il verbale di sopralluogo del 16 febbraio del 2004, le foto in atti e la deposizione dei verbalizzanti, alla data del 16 febbraio del 2004, era completo al rustico solo il seminterrato, mentre per i piani fuori terra esisteva la sola struttura in cemento armato.

Ugualmente inammissibile è anche il sesto motivo, in quanto la sospensione ex articolo 479 c.p.p. per la pendenza del giudizio amministrativo proposto avverso l’ordine di demolizione del fabbricato non risulta chiesta al giudice del merito e comunque trattasi di sospensione facoltativa.

Il reato non si è estinto per prescrizione perché alla data del 16 febbraio del 2004 gli immobili non erano completati neppure al rustico.

Il rilascio del permesso in sanatoria da parte dell’autorità amministrativa non impone l’automatica declaratoria di estinzione del reato perché spetta al giudice penale accertare la sussistenza delle condizioni per l’estinzione, che nella fattispecie non si è verificata perché l’immobile non poteva essere condonato posto che esso inequivocabilmente non era completo neppure al rustico alla data fissata dalla legge, ossia al 31 marzo del 2003. Secondo l’orientamento di questa corte, in tema di condono edilizio, compete al giudice penale il potere di accertamento di tutti gli elementi della fattispecie estintiva, fra i quali vi è l’osservanza del limite temporale e di quello volumetrico costituenti parametri stabiliti dal legislatore per la definizione dell’ambito di operatività del condono medesimo. Il controllo sulla loro ricorrenza non costituisce esercizio di una potestà riservata alla P.A. (alla quale competono tutti gli accertamenti relativi alla sanatoria “amministrativa”), spettando al giudice penale il potere-dovere di espletare ogni accertamento per stabilire l’applicabilità della causa di estinzione del reato (cfr Cass 5031 del 2000; n 5376 del 1998: n 9680 del 1996). D’altra parte Il provvedimento concessorio potrebbe fondarsi anche su un’errata attestazione della parte in ordine alla data di ultimazione delle opere. Nel provvedimento amministrativo non si dà atto di alcun accertamento in ordine alla data di ultimazione del manufatto al rustico.

Dall’inammissibilità del ricorso discende l’obbligo di pagare le spese processuali e di versare una somma, che stimasi equo determinare in € 1000,00 , in favore della Cassa delle Ammende, non sussistendo alcuna ipotesi di carenza di colpa dei ricorrenti nella determinazione della causa d’inammissibilità secondo l’orientamento espresso dalla Corte Costituzionale con la sentenza n.186 del 2000

P.Q.M.
LA CORTE

Letto l’art. 616 c.p.p.

DICHIARA

Inammissibile il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al pagamento delle spese processuali e ciascuno al versamento della somma di € 1000,00 in favore della Cassa delle Ammende

Così deciso in Roma il 9 luglio del 2008

Depositata in cancelleria il 09/10/2008

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