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Sisma? Meglio pensare collaborativo

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Quasi sempre quando mi capita di essere invitato a un “convegno tecnico” o a una “giornata di studi” da parte di un produttore di materiali, tendo a essere scettico sulla qualità della “giornata” medesima.

In effetti, molto spesso si passa per informazione tecnica un coacervo di informazioni commerciali relative all’azienda in questione; dramma tra i drammi, tali informazioni commerciali molte volte sono su prodotti di dubbia efficacia, di scarsa qualità e di altrettanto incerta provenienza produttiva.

Immaginate la mia gioia quando, rare volte, questo non accade, anzi capita il contrario: è questo il caso della “Seismic Academy” di Hilti, che nella mia personale valutazione dei convegni, merita un bel “quattro elmetti”. Il massimo in una scala che tiene in considerazione, per emettere il verdetto, la qualità degli interventi, quella dei relatori, l’organizzazione e la ricezione dell’evento e, per ultimo, ma non meno importante, il livello dell’offerta produttiva dell’azienda organizzatrice.

E a Bologna abbiamo avuto un ottimo livello su tutti questi parametri, con una ciliegina in più: l’accento posto dai relatori, ma anche dalla Hilti, sull’ottica di progettazione collaborativa e condivisa, quasi uno standard all’estero, ma in Italia ancora, purtroppo, una mitica chimera.

Una presenza decisa, ma discreta

Vorrei fare un inciso sulla presenza al convegno di chi ha materialmente fatto l’investimento finanziario affinché il convegno stesso avesse luogo. Hilti ha lavorato con gli Ordini professionali di Bologna in stretta collaborazione e i risultati si vedono: 500 professionisti e imprenditori si sono iscritti alla giornata a fronte di una partecipazione prevista di 250 (già un risultato più che soddisfacente per un convegno in tempi di crisi).

Poi, mi soffermerei sulla presenza commerciale di prodotti e tecnologie Hilti: estremamente istituzionale, ma anche molto pratica a cominciare dall’intervento di apertura di Stephen Noechen che ha sottolineato come si evolva la ricerca di prodotto in Hilti a partire dalla definizione degli scenari futuri (10-20 anni). Scenari sui quali come non essere d’accordo: progettazione virtuale, aumento dell’incidenza della prefabbricazione, estrema attenzione sulla sicurezza in cantiere e sulla salute dei fruitori.

Per vedere, poi, un altro intervento a marchio Hilti dobbiamo aspettare la fine della sessione mattutina con le relazioni (peraltro tecniche e molto poco commerciali) di Ulrich Bourgund sulle “Nuove linee guida europee per ancoranti in zona sismica” e di Jorge Gramaxo che ha parlato della “Progettazione di ancoranti in zona sismica secondo il TR045”.

E poi? E poi basta, se escludiamo la citazione dei prodotti Hilti nelle relazioni di progetto dei tecnici invitati a portare le proprie case history applicative a conoscenza della platea.

Andiamo con ordine quindi e, “a volo d’uccello”, vediamo quali sono stati gli interventi della mattina. Si parte con un’inquadramento del rischio sismico in Italia, da parte di Marco Savoia, Università di Bologna, che sottolinea (ma non è mai abbastanza) come tutto il nostro paese sia soggetto ai terremoti; interessante qui, la puntualizzazione che i valori di accelerazione di un territorio non sono più suddivisi per aree comunali, ma, molto più realisticamente, sono da rilevarsi in maniera puntuale (un comune potrebbe avere sul suo territorio valori di accelerazione molto diversi).

Interessante anche la classificazione della Vulnerabilità sismica di un edificio che, soprattutto per le strutture esistenti, passa per una valutazione attenta della geometria della struttura, per la verifica in sito dei dettagli costruttivi e per una valutazione attenta dei materiali impiegati realmente in fase di costruzione. Inutile dire come questo tipo di analisi possano, soprattutto per edifici costruiti più di 20 anni fa (ma la mano sul fuoco non la metterei anche sulle strutture più recenti), dare adito a una serie di sgradite sorprese.

Dopo il rischio sismico si è passati a parlare, con Pier Paolo Diotallevi, sempre dell’Università di Bologna, di Progettazione di strutture in zona sismica sia dal punto di vista di quello che oggi prescrive la normativa (stato limite di danno e stato limite di collasso) sia in relazione alle più moderne teorie che vanno nella direzione dell’isolamento sismico (quando fattibile) e della dispersione dell’energie del terremoto. Si è entrati poi in dettaglio, su un problema che in Emilia, con il terremoto dello scorso anno, è diventato evidente: la Problematica sismica per gli edifici prefabbricati (Roberto Nascimbene dell’Eucentre di Pavia) e la loro messa in sicurezza con un esempio pratico portato da Claudio Mazzotti, Università di Bologna: l’analisi e messa in sicurezza delle scuole prefabbricate della Provincia di Bologna (dopo aver visto le immagini ci si chiede come mai non sia obbligatorio un tale intervento per tutte le scuole d’Italia).

Secondo round

Una bella dose di informazioni, davvero, da stendere anche l’ingegnere con il fisico più indurito, ma, dopo una veloce pausa pranzo (che chi scrive ha passato a rispondere a mail e a telefonare a destra e a manca) si continua.

E si continua con Tara Hutchinson, della Jacobs School of Engineering (Università della California) che porta l’attenzione sui risultati della sperimentazione sismica su un edificio di 5 piani su tavola vibrante (avete letto bene, gli americani hanno costruito un edificio di più di 20 metri d’altezza e hanno simulato il terremoto). Oltre a tutti i dati, interessantissimi, sul comportamento sismico delle strutture, particolare attenzione nella platea hanno riscontrato le considerazione sugli NCS, più semplicemente per i profani elementi non strutturali. La simulazione ha infatti analizzato cosa succede ai tamponamenti, ai controsoffitti, agli impianti (e ai tasselli della Hilti, co-sponsor del progetto) e agli arredi quando arriva un terremoto.

Particolari di secondo piano? Assolutamente no, chiedetelo agli imprenditori dell’Emilia Romagna, la cui attività produttiva è stata interrotta per mesi da crolli degli elementi di tamponamento o degli scaffali di stoccaggio (l’immagine che alleghiamo è significativa).Dopo aver analizzato tutto questo e aver quasi distrutto l’edificio, non contenti, gli americani gli hanno dato anche fuoco, per verificare la risposta all’incendio scatenato da un sisma.

E questo ha consentito di introdurre le ultime relazioni quella di Stefano Grimaz, dell’Università di Udine “Linee di indirizzo per la riduzione della vulnerabilità sismica dell’impiantistica antincendio”, quella di Marco Mitri dello Studio Suraci che ha portato una serie di esempi sulla progettazione antisismica di elementi non strutturali, quella appassionatissima di Antonio Corbo della AFC srl (progettazione e certificazione antincendio) sulla “Compartimentazione passiva post–sisma: quali prospettive oltre la normativa” e, infine, quella di Giacomo Bossi dello Studio Bossi che ha scandagliato in dettaglio una serie di applicazioni a casi reali delle Linee guida per la progettazione sismica dei giunti antifuoco.

Stanco, ma felice, dopo otto ore di nozioni sparate a fuoco serrato, ho potuto prendere la macchina e tornarmene a casa.

E mi non capita spesso (non di non tornare a casa), ma di essere soddisfatto di una giornata di studio di questo tipo.

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