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Edifici NZEB, next generation

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Solo i più attenti (e ovviamente gli specializzati in materia che aspettano come la manna notizie come questa) hanno rilevato l’effettiva portata della conversione di un Decreto Legge approvata del Governo (in extremis), con un piede già sulla porta delle vacanze, lo scorso 3 agosto 2013.

Parliamo della Legge 90/2013 che converte in legge il Decreto Legge 63 del 4 giugno 2013 e recepisce  la Direttiva 2010/31/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 19 maggio 2010 sulle prestazione energetiche nell’edilizia; tra le altre prescrizioni in materia che mirano a definire meglio un settore, quello appunto della qualificazione energetica degli edifici, pubblici e privati, all’art. 5 sono state introdotta la categoria degli Edifici ad Energia quasi zero.

Nel mondo anglosassone, che va pazzo per gli acronimi, questi edifici hanno da tempo un nome ben preciso NEZB, che sta appunto a significare “Nearly Zero Energy Building”.

Ma cosa sono e quali ricadute per il mondo della progettazione e della costruzione possono avere?

Parecchie, dato che spostano verso l’alto l’asticella dei requisiti di prestazione energetica richiesta agli edifici nel prossimo futuro, generando, almeno potenzialmente un importante richiesta di edilizia di qualità con relative (si spera) commesse.

La norma, recepita dal Governo italiano, stabilisce che entro il 31 dicembre 2018 (e dal 31 dicembre 2020 per tutti gli edifici sia privati sia pubblici) tutti gli edifici pubblici nuovi (ma anche soggetti a ristrutturazioni importanti) dovranno essere ad Energia quasi zero; dovranno cioè, garantire una prestazione energetica molto alta, lavorando soprattutto sugli aspetti degli involucri esterni ad alta prestazione  (ridotta trasmittanza termica, eliminazione dei ponti termici, elevata inerzia) e degli impianti ad alto rendimento.

Questa la definizione esatta di i Edifici ad Energia quasi zero: “edificio ad altissima prestazione energetica, calcolata conformemente alle disposizioni del presente decreto, che rispetta i requisiti definiti al decreto di cui all’articolo 4, comma 1. Il fabbisogno energetico molto basso o quasi nullo è coperto in misura significativa da energia da fonti rinnovabili, prodotta all’interno del confine del sistema (in situ)”.

La parolina in situ, posta in fondo al paragrafo è fondamentale e  stabilisce anche che, l’energia necessaria all’edificio dovrà essere prodotta in maniera significativa da fonti rinnovabili da sistemi costruiti, o aggiunti in fase di ristrutturazione, con l’edificio stesso.

Importante sottolineare che nel calcolo prestazionale dei requisiti va inserita anche l’energia spesa anche per l’eventuale raffrescamento estivo (nella progettazione si dovranno garantire quindi elevate masse frontali con attenzioni progettuali volte all’attenuazione e allo sfasamento dell’onda termica).

Entro il 30 giugno 2014, stabilisce sempre il decreto “è definito il Piano d’azione destinato ad aumentare il numero di edifici a energia quasi zero”. Piano d’azione che stabilirà anche i criteri quali-quantitativi che tali edifici dovranno rispettare.

Interessante anche un’altra indicazione del decreto, quella che introduce (anche se in Italia facciamo molta fatica a crederlo davvero) il ruolo esemplare degli edifici degli Enti Pubblici: “…Fatto salvo l’articolo 7 della direttiva 2010/31/UE, ciascuno Stato membro garantisce che dal 1° gennaio 2014 il 3 % della superficie coperta utile totale degli edifici riscaldati e/o raffreddati di proprietà del proprio governo centrale e da esso occupati sia ristrutturata ogni anno per rispettare almeno i requisiti minimi di prestazione energetica che esso ha stabilito in applicazione dell’articolo 4 della direttiva 2010/31/UE”.

Notevoli sono i risparmi che si stimano dall’introduzione nella pratica di cantiere della normativa; stime al 2020 (dal 2015 il Decreto stabilisce un progressivo adeguamento alle prestazioni energetiche previste per il 2020) indicano un risparmio del 5-6% sul consumo energetico nazionale, una riduzione del 5% delle emissioni di anidride carbonica.

Altro aspetto non poco interessante per il settore dell’edilizia da anni in crisi strutturale, la creazione di 300.000 – 450.000 posti di lavoro. Aspettiamo presto le indicazioni tecniche e prestazionali e il relativo piano d’azione.

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