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Gallerie ferroviarie senza vie di fuga

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La prima tratta della galleria ferroviaria fra Porta Susa e corso Grosseto è stata aperta al traffico merci e passeggeri lo scorso ottobre senza che vi fossero gli essenziali requisiti di sicurezza previsti dalla legge. I treni percorrono da cinque mesi quei 4 chilometri e 600 metri in sotterranea solo perchè la società che gestisce la rete – Rfi – ha dichiarato in una relazione del 28 marzo 2009 alla competente commissione del Consiglio superiore dei lavori pubblici che gli interventi d’obbligo per poter utilizzare le gallerie sarebbero stati realizzati entro la data di apertura del lungo tunnel sotto la zona nord-est della città.

L’impegno non è stato rispettato. Contrariamente a quanto era stato segnalato, vi sono solo 3 uscite di sicurezza a norma lungo la linea: a Porta Susa, stazione Rebaudengo e all’imbocco di corso Grosseto. All’altezza di corso Principe Oddone i cartelli indicano all’interno del tunnel una via di fuga in caso di incidente. E’ dotata di un impianto di illuminazione non funzionante. Non sfocia all’esterno ma dentro il cantiere del passante. Doveva essere attrezzata con aspiratori capaci di assorbire il fumo di un eventuale incendio, la via di fuga ne invece completamente priva.

La relazione di Rfi prometteva vie di esodo per i viaggiatori e di accesso per i soccorsi distinte, illuminate e protette. Requisito non soddisfatto, con l’eccezione del tratto di Porta Susa, dove i servizi sono sotto gli occhi di tutti. Il resto del tunnel può essere contemplato dai passeggeri solo dai finestrini dei treni, e velocemente. Giusto il tempo di intercettare i cartelli che indicano le uscite di sicurezza. Come in corso Principe Oddone. E poi le nicchie previste e, quelle realizzate, ogni 500 metri del tunnel. Avrebbero dovuto essere dotate di mascherine e pile per i viaggiatori in fuga da incidenti. Le sole attrezzature di soccorso installatevi sono una presa di alimentazione elettrica e un faro di emergenza.

Eppure, proprio per quest’ultima galleria entrata in funzione, il decreto ministeriale del 28 ottobre 2005 vincolava Rfi al parere della commissione ad hoc del Consiglio superiore dei lavori pubblici. Gli impegni assunti nei termini perentori indicati e non mantenuti aprono la via ad un’indagine penale per reati di spessore perchè sono stati dichiarati e non attuati i requisiti fondamentali. A cominciare dalla realizzazione del piano di soccorsi in caso di incidenti. Non si ancora capito a chi spetta redigerlo: per Rfi tocca alla Prefettura e per quest’ultima al Comune di Torino.

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