Terre e rocce da scavo in discarica: cosa dice il TAR Lombardia? | Edilone.it

Terre e rocce da scavo in discarica: cosa dice il TAR Lombardia?

Il TAR Lombardia conferma che sono rifiuti solo se contaminate ma introduce un'ulteriore distinzione: che non contengano sostanze pericolose

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Dopo il TAR Val d’Aosta anche il TAR Lombardia conferma che le terre da scavo sono da considerare rifiuti solo quando contaminate. Ma  la sentenza 14 gennaio 2015, n. 132 introduce un’ulteriore distinzione: per essere smaltite in discarica occorre verificare che non contengano materiali pericolosi.

Il caso

I giudici lombardi sono chiamati a decidere sull’impugnazione, da parte di un gruppo di cittadini del luogo, di un provvedimento con il quale la regione Lombardia autorizzava lo smaltimento, presso una determinata discarica, di “rifiuti individuati con il codice CER 170504 indipendentemente dalla provenienza, solo previa verifica analitica di conformità del rifiuto sulla base del DM 3 agosto 2005”.Nel caso in esame il P.I.I. (Piano Pluriennale degli Interventi) del luogo permette il deposito in discarica di rifiuti inerti provenienti da scavo e demolizioni, aventi finalità di bonifica o di ripristino ambientale nell’ambito di cava, purché non contenenti materiali pericolosi.

Le norme e le sentenze precedenti

Ai sensi del TUA (artt. 185 e 186), le terre e le rocce da scavo sono riutilizzabili “quando sia accertato che non provengano da siti contaminati”. Ciò significa che, in tale caso, esse non sono considerate rifiuti.

Per contro, manca una definizione «in positivo» delle terre e rocce da scavo come rifiuti.

Sul punto, è dunque intervenuta più volte la giurisprudenza amministrativa.

TAR Valle d’Aosta 16 aprile 2008, n. 33, ad esempio, ha espressamente sancito che la definizione contenuta nel TUA vale, a contrario, per i rifiuti: terre e le rocce da scavo sono dunque considerate rifiuti solo quando provengono da siti contaminati.

 

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Da tutto ciò deriva che, se terre e rocce da scavo non provengono da siti contaminati, esse possono essere utilizzate per reinterri, riempimenti, rimodellazioni e rilevati. Se invece provengono da siti contaminati, esse sono considerate rifiutie non possono dunque essere utilizzate per tale scopo.

In questo secondo caso TAR Lombardia (Milano), sez. IV, 14 gennaio 2015, n. 132 introduce un’ulteriore distinzione: bisogna infatti capire non soltanto se terre e rocce da scavo siano o meno contaminate, ma anche se esse contengano o meno materiali pericolosi.

 

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Si tratta di due aspetti che a prima vista possono sembrare simili, ma che sono in realtà completamente diversi. La contaminazione della terra da scavo è caratteristica della terra stessa, poiché riguarda le sostanze contenute al suo interno. I materiali pericolosi in questione sono invece estranei alla terra, e si sono con essa mescolati durante le operazioni di scavo. Può quindi trattarsi, naturalmente, delle sostanze più varie e diverse.

Su tale punto, viene in considerazione la classificazione CER (Codici Europei Rifiuti): secondo che contengano materiali pericolosi o meno, terre e rocce da scavo vanno infatti ascritte a categorie diverse.

In sintesi:

  • le terre da scavo non contaminate non sono considerate rifiuti;
  • le terre da scavo contaminate, ma non contenenti materiali pericolosi, sono classificate come rifiuti della categoria CER 17 05 04;
  • le terre da scavo contaminate, e contenenti materiali pericolosi, sono classificate come rifiuti della categoria CER 17 05 03.

Ma in quale modo è possibile stabilire se terre e rocce da scavo – a questi effetti di legge – siano da considerarsi contaminate, e se in materiali in esse contenute siano da considerarsi pericolose?

I criteri da applicare sono, naturalmente, molto diversi. Per quanto riguarda la contaminazione, trattandosi come detto di caratteristica intrinseca di terra e roccia, sarà sufficiente fare riferimento alle relative tabelle di cui all’Allegato 1 del D.M. 25 ottobre 1999, n. 471.

Per quanto riguarda invece le sostanze pericolose, sarà di volta necessario far riferimento alle normative applicabili secondo natura e composizione delle sostanze stesse.

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L’autore

Roberto Codebo’

 

Avvocato e giornalista pubblicista. Inizia la sua carriera professionale specializzandosi in consulenze in materia di gare e appalti pubblici. Passa poi ad articoli, corsi e altre quotidiane pubblicazioni in materia di salute e sicurezza dei lavoratori, attività che si colloca al centro rispetto a professione forense e attività giornalistiche vere e proprie. Tra queste ultime spicca oggi la rubrica “Fuori udienza” per Zipnews.it dedicata all’attualità giudiziaria e non solo, punta di diamante di un’attività di inviato legata non soltanto alla cronaca giudiziaria, ma anche ai reportage di viaggio – sempre su Zipnews.it, firma la rubrica “Globetrotter” – e alle corrispondenze sportive.

 

 

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