Le attivita' di bonifica in Italia sono in stallo, i dati Legambiente | Edilone.it

Le attivita’ di bonifica in Italia sono in stallo, i dati Legambiente

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Secondo il Programma nazionale di bonifica, curato dal ministero dell’Ambiente, il totale delle aree riconosciute come Siti di interesse nazionale (Sin) è arrivato negli anni a circa 180mila ettari di superficie, scesi oggi a 100mila solo grazie alla derubricazione dello scorso anno di 18 siti da nazionali a regionali, facendo passare da 57 a 39 il numero di Sin. Soltanto in 11 Sin è stato presentato il 100% dei piani di caratterizzazione previsti.

Sono, questi, alcuni dati contenuti nel dossier “Le bonifiche in Italia: chimera o realtà?”, presentato a Roma da Legambiente nel corso di un convegno, dal quale emerge uno scenario di grandi ritardi nelle attività di bonifica in Italia.

Anche sul fronte dei progetti presentati e approvati si segnala un forte ritardo: soltanto in 3 Sin è stato approvato il 100% dei progetti di bonifica previsti. In totale, sono solo 254 i progetti di bonifica di suoli o falde con decreto di approvazione, su migliaia di elaborati presentati.

Se le bonifiche vanno a rilento, non si può dire la stessa cosa per il giro d’affari del risanamento ambientale che si aggirerebbe intorno ai 30 miliardi di euro. Dal 2001 al 2012 sono stati messi in campo 3,6 miliardi di euro di investimenti, tra soldi pubblici – 1,9 miliardi di euro, il 52,5% del totale – e progetti approvati di iniziativa privata – 1,7 miliardi di euro, il 47,5% -, con risultati concreti davvero inesistenti.

“Sebbene i primi 15 Sin da bonificare furono identificati nel 1998, nonostante le risorse impiegate e le semplificazioni adottate, la situazione attuale è di sostanziale stallo – ha dichiarato il vice presidente di Legambiente, Stefano Ciafani -. Caratterizzazioni e analisi effettuate in modo a volte esagerato e inefficace, progetti di risanamento che tardano ad arrivare e bonifiche completate praticamente assenti, a parte qualche piccolissima eccezione”.

Un ruolo non marginale nel causare tali ritardi lo ha avuto anche una parte dei soggetti responsabili dell’inquinamento. Esempi forniti da Legambiente riguardano l’Ilva di Taranto o la Stoppani di Cogoleto, azienda chimica che per decenni ha inquinato di cromo esavalente il torrente Lerone e un tratto di costa del Mar Ligure. Lo stesso vizio viene praticato anche da aziende pubbliche o a prevalente capitale pubblico, come nel caso della Syndial nella bonifica di Crotone.

Tra i territori inquinati dove le bonifiche non sono mai partite, una menzione a parte la merita la Campania, con la sua Terra dei fuochi, parte del sito inquinato più vasto denominato Litorale domitio flegreo e Agro aversano. Quest’ultimo fu uno dei primi 15 Sin inseriti nel programma nazionale di bonifica nel 1998, ma un anno fa è stato trasformato in Sir, sito di interesse regionale, con un decreto del ministero dell’Ambiente che lo ha declassificato con il benestare della Regione Campania. Contro questo decreto Legambiente ha presentato ricorso al Tar del Lazio e ora attendiamo l’atto normativo annunciato nei giorni scorsi dal ministro Orlando per farlo tornare ad essere Sin.

Dal dossier emerge anche il rischio di illegalità e di infiltrazione mafiosa nel settore e non solo nelle regioni del sud Italia. Il coinvolgimento del centro-nord come luogo di smaltimento illegale dei rifiuti speciali e pericolosi emerge da molti anni nello scacchiere dei traffici illeciti lo stesso vale anche per le bonifiche, come dimostra anche la recentissima indagine su Pioltello, che ha portato all’arresto di due dirigenti di Sogesid e di altre quattro persone tra cui l’ex capo della segreteria tecnica dell’ex ministro Prestigiacomo, Luigi Pelaggi.

In base alle elaborazione di Legambiente dal 2002 ad oggi sono state 19 le indagini su smaltimenti illegali di rifiuti derivanti dalla bonifica di siti inquinati, l’8,5% del totale delle indagini concluse contro i trafficanti di rifiuti, sono state emesse 150 ordinanze di custodia cautelare, sono state denunciate 550 persone e coinvolte 105 aziende.

“Se non decollerà il settore delle bonifiche, non riusciremo a riconvertire il sistema produttivo italiano alla green economy – ha concluso il responsabile scientifico di Legambiente, Giorgio Zampetti -. Nonostante i gravi ritardi del risanamento, però alcuni casi di riconversione cominciano a concretizzarsi: basti pensare alle bioraffinerie di Crescentino già attiva o a quella in costruzione a Porto Torres. Ma non basta”.

Per avviare concretamente i processi di risanamento ambientale in Italia, Legambiente presenta così 10 proposte: garantire maggiore trasparenza sul Programma nazionale di bonifica, permettendo a tutti di accedere alle informazioni; stabilizzare la normativa italiana e approvare una direttiva europea sul suolo; rendere più conveniente l’applicazione delle tecnologie di bonifica in situ, passando dalla stagione delle caratterizzazioni a quella dell’approvazione dei progetti e dell’esecuzioni dei lavori; istituire un fondo nazionale per le bonifiche dei siti orfani; sostenere l’epidemiologia ambientale per praticare una reale prevenzione; fermare i commissariamenti; potenziare il sistema dei controlli ambientali pubblici; introdurre i delitti ambientali nel codice penale; applicare il principio ‘chi inquina paga’ anche all’interno del mondo industriale, promuovendo all’interno delle associazioni di categoria iniziative tese a escludere i soci che ricorrono a pratiche illecite.

Infine, Legambiente propone di ridimensionare il ruolo della Sogesid, società pubblica attiva sulla gran parte dei Sin e al centro di recenti indagini giudiziarie, affinché il ministero e gli altri enti di supporto riprendano appieno le loro competenze e affidino eventualmente specifiche attività a soggetti individuati sulla base di gare pubbliche o comunque sulla base di valutazioni comparative.

 

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