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Fanghi da lavaggio inerti: se l’attività di pulitura non è “interna” sono rifiuti

Con sentenza n.8982/2015 la Cassazione indica a quali condizioni i fanghi da attività estrattiva sono sottratti alla disciplina dei rifiuti prevista dal Testo Unico Ambientale

lavaggio inerti
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La terza sezione penale della Cassazione ha richiamato le condizioni in base alle quali, ai sensi dell’art. 185, del D.Lgs. n. 152/2006 (c.d. TUA), ai rifiuti derivanti da attività estrattive non viene applicata la disciplina generale rifiuti di cui alla parte IV del decreto, bensì quella speciale di cui al D.Lgs. n. 117/2008.

Nello specifico, i giudici di legittimità affermano che:

“i fanghi derivanti dal lavaggio di inerti provenienti da cava (fanghi da attività estrattiva) non rientrano nel campo di applicazione della disciplina sui rifiuti solo quando rimangono all’interno del ciclo produttivo dell’estrazione e della connessa pulitura, mentre quando si dia luogo ad una loro successiva e diversa attività di lavorazione devono considerarsi rifiuti sottoposti alla disciplina generale circa il loro smaltimento, ammasso, deposito e discarica”.

 

Il caso

Il tribunale del riesame respingeva l’istanza per ottenere la revoca del sequestro preventivo di n. 2 aree, poste all’interno della cava di cui il ricorrente è amministratore, disposto in quanto si ipotizzava il reato di cui all’art. 256, comma 1, lett. a), D.Lgs. n. 152/2006 perché nelle predette aree, la PG aveva rinvenuto fanghi provenienti dal trattamento delle acque reflue di lavaggio dell’impianto di frantumazione sito di proprietà della società predetta, utilizzati per l’attività di ripristino e tombamento della cava in mancanza della prescritta autorizzazione regionale.

Il ricorrente contestava l’ordinanza sotto più profili.

Premessa, infatti, la giurisprudenza secondo cui i fanghi derivanti dal lavaggio di inerti provenienti da cava non rientrano nel campo di applicazione della disciplina sui rifiuti solo quando rimangono all’interno del ciclo produttivo dell’estrazione e della connessa pulitura, mentre quando si dia luogo ad una loro successiva e diversa attività di lavorazione devono considerarsi rifiuti sottoposti alla ordinaria disciplina, il ricorrente sosteneva che l’ordinanza impugnata aveva erroneamente interpretato la disciplina normativa nazionale (segnatamente l’art. 185, lett. d), D.Lgs. n. 152/2006 e l’art. 10, D.Lgs. n. 117/2008), anche alla luce della normativa regionale (L.R. Lazio n. 1/1980 e L.R. Lazio n.17/2004), in quanto i fanghi rinvenuti nella cava provenivano dall’impianto di prima lavorazione, che il detto impianto era destinato esclusivamente alla prima pulitura dei materiali provenienti dalla cava, conformemente al Piano di gestione dei rifiuti estrattivi redatto in conformità all’art. 10, D.Lgs. n. 117/2007.

Perciò, era applicabile l’art. 185 in quanto non aveva alcun rilievo il carattere temporaneo o permanente dell’impianto, ma solo l’uso che ne veniva fatto; in altri termini, la norma sarebbe applicabile ad un impianto, seppure decentrato rispetto all’area di scavo, nel quale si lavori unicamente il materiale proveniente dalla medesima cava in cui sono reimpiegati i fanghi; nella specie, poiché i fanghi rinvenuti nell’area di cava provenivano da un impianto espressamente indicato quale parte del ciclo estrattivo e destinato unicamente alla lavorazione dei materiali provenienti da quella cava e non da altri siti, la norma citata era applicabile avendo i fanghi i requisiti merceologici e di qualità ambientale identici a quelli della cava da cui erano prelevati e in cui erano impiegati.

 

Cosa dice la Cassazione

Il ricorso è stato accolto.

La questione sottoposta all’esame del Collegio atteneva all’esegesi della disciplina normativa in tema di attività estrattiva: si trattava, cioè, di stabilire se poteva ritenersi corretta l’interpretazione cui era pervenuto il tribunale del riesame per aver ritenuto configurabile nei confronti del ricorrente, legale rappresentante di una società di gestione di una cava, il reato di gestione non autorizzata di rifiuti in quanto l’ubicazione dell’impianto di pulitura del materiale estratto dalla cava al di fuori della medesima, in particolare in un Comune diverso da quello in cui era collocata la cava, faceva ritenere che i fanghi utilizzati per la copertura dei vuoti provocati dall’attività estrattiva fossero catalogabili come rifiuti.

La sentenza ha richiamato la normativa e la giurisprudenza di legittimità applicabile al caso di specie.

Anzitutto, l’art. 185, comma 2, lett. d), D.Lgs. n. 152/2006 che esclude dall’ambito di applicazione della parte quarta del TUA, in quanto regolati da altre disposizioni normative comunitarie, ivi incluse le rispettive norme nazionali di recepimento “i rifiuti risultanti dalla prospezione, dall’estrazione, dal trattamento, dall’ammasso di risorse minerali o dallo sfruttamento delle cave, di cui al decreto legislativo 30 maggio 2008, n. 117”.

La giurisprudenza, sul punto, è concorde nell’affermare che i fanghi derivanti dal lavaggio di inerti provenienti da cava non rientrano nel campo di applicazione della disciplina sui rifiuti solo quando rimangono all’interno del ciclo produttivo dell’estrazione e della connessa pulitura, mentre quando si dia luogo ad una loro successiva e diversa attività di lavorazione devono considerarsi rifiuti sottoposti alla disciplina generale circa il loro smaltimento, ammasso, deposito e discarica.

In secondo luogo, la normativa speciale (D.Lgs. 30 maggio 2008, n. 117), nell’individuare, all’art. 2, l’ambito di applicazione della disciplina, prevede che la stessa “si applica alla gestione dei rifiuti di estrazione come definiti all’articolo 3, comma 1, lettera d), all’interno del sito di cui all’articolo 3, comma 1, lettera hh), e nelle strutture di deposito di cui all’articolo 3, comma 1, lettera r) “; l’art. 3, comma primo, lett. d), definisce poi come rifiuti di estrazione i “rifiuti derivanti dalle attività di prospezione o di ricerca, di estrazione, di trattamento e di ammasso di risorse minerali e dallo sfruttamento delle cave”, mentre la lett. hh) definisce come sito “l’area del cantiere o dei cantieri estrattivi come individuata e perimetrata nell’atto autorizzativo e gestita da un operatore. Nel caso di miniere, il sito comprende le relative pertinenze di cui all’articolo 23 del regio decreto n. 1443 del 1927, all’articolo 1 del decreto del Presidente della Repubblica n. 128 del 1959 e all’articolo 1 del decreto legislativo n. 624 del 1996”.

Infine, trovava applicazione la disciplina dettata, inizialmente, dalla L.R. Lazio 16 gennaio 1980, n. 1, poi sostituita dalla L.R. Lazio 5 maggio 1993, n. 27, successivamente abrogata dalla L.R. Lazio 6 dicembre 2004, n. 17.

In particolare, in base alla disciplina regionale, la società aveva ottenuto l’autorizzazione alla prosecuzione dell’attività estrattiva in riserva mineraria nell’attuale area di cava e, per quanto qui di interesse, nel Piano di coltivazione approvato dalla Commissione regionale consultiva, richiamato nell’autorizzazione del 1987 e in quelle successive, l’impianto risultava essere espressamente menzionato, costituendo parte integrante del ciclo estrattivo relativo alle aree di cava in riserva mineraria, cui era stata estesa l’autorizzazione.

A questo punto, il Collegio ha osservato che la questione doveva essere rivalutata dal tribunale del riesame alla luce della modifica apportata all’art. 5 L.R. Lazio n. 17 del 2004 (la cui lett. f) definisce il “piano di coltivazione e di recupero ambientale”) ad opera dell’art. 2, comma 61, lettera a), L.R. Lazio 14 luglio 2014, n. 7, entrata in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione.

In base a tale modifica, la disciplina oggi applicabile definisce “piano di coltivazione e di recupero ambientale” il piano di sfruttamento estrattivo di un’area che prevede, in particolare, oltre a quanto indicato alla lettera e), per quanto qui di interesse

«1) gli impianti di prima lavorazione, le opere connesse e le volumetrie di servizio, in quanto precari e temporanee, ubicati nel perimetro della cava o torbiera o esterni allo stesso, purché di proprietà del titolare dell’autorizzazione e asserviti, quali pertinenze minerarie, solo alle esigenze della cava o torbiera stessa».

La nuova definizione, dunque, modifica profondamente il n. 1 della lett. f) dell’art. 5, che all’epoca del sequestro, così recitava: “1) gli impianti di prima lavorazione, le opere connesse e le volumetrie di servizio, in quanto precari e temporanei, ubicati nel perimetro della cava o torbiera”.

La precedente formulazione, invero, legittimava in astratto l’esegesi operata dall’Amministrazione regionale, esegesi sulla cui base il tribunale del riesame aveva ritenuto configurabile nei confronti del ricorrente il reato di gestione non autorizzata di rifiuti in quanto l’ubicazione dell’impianto di pulitura del materiale estratto dalla cava al di fuori della medesima, in particolare in un Comune diverso da quello in cui era collocata la cava, faceva ritenere che i fanghi utilizzati per la copertura dei vuoti provocati dall’attività estrattiva fossero catalogabili come rifiuti.

Oggi, a seguito della novella normativa richiamata, non costituisce più condizione necessaria che gli impianti di prima lavorazione, le opere connesse e le volumetrie di servizio, in quanto precari e temporanee, debbano essere ubicati nel perimetro della cava o torbiera, come invece prevedeva l’art. 5 nella previgente formulazione, ma consente che detti impianti siano esterni allo stesso (perimetro), alla condizione – dettata dalla novella del luglio 2014 – che siano, condizione che sembrava essere soddisfatta nel caso in esame, “di proprietà del titolare dell’autorizzazione e asserviti, quali pertinenze minerarie, solo alle esigenze della cava o torbiera stessa”.

In altri termini, secondo la Corte suprema:

«la novellata disciplina regionale, consentendo che gli impianti di prima lavorazione possano essere anche esterni al perimetro della cava e non più solo ubicati al suo interno, legittima l’esegesi della disciplina operata dal ricorrente, nel senso che la deroga di cui all’art. 185, comma 2, lett. d), D.Lgs. n. 152/2006, non è certo applicabile ad un impianto temporaneo in cui si lavori materiale di provenienza esterna (venendo meno, ovviamente, le garanzie di idoneità e qualità ambientale dei fanghi prodotti), laddove, diversamente, la norma troverebbe applicazione nel caos (sic) di un impianto, seppure decentrato rispetto all’area di scavo, nel quale si lavori unicamente il materiale proveniente dalla medesima cava nella quale sono reimpiegati i fanghi».

La Cassazione ha perciò annullato l’ordinanza con rinvio al tribunale del riesame per una rivalutazione della questione alla luce della nuova disciplina regionale in vista della possibile l’applicabilità del regime derogatorio di cui alla lett. d) dell’art. 185, comma 2, con conseguente insussistenza del fumus del reato per cui si procede.

 

La massima

In base alla disciplina applicabile nella Regione Lazio, che consente che gli impianti di prima lavorazione del materiale estratto da una cava possano essere anche esterni al perimetro della cava stessa, deve ritenersi che la deroga di cui all’art. 185, comma 2, lett. d), D.Lgs. n. 152/2006, sia applicabile anche ad un impianto in cui si lavori materiale di provenienza esterna con la conseguente non configurabilità del reato di gestione non autorizzata di rifiuti.

Articolo tratto da Ambiente & Sviluppo n. 11-12/2015

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