Coke da petrolio: rifiuto o combustibile? Il parere della Cassazione | Edilone.it

Coke da petrolio: rifiuto o combustibile? Il parere della Cassazione

Il coke da petrolio, commercializzato e destinato alla combustione, e' utilizzabile come combustibile solo se soddisfa le condizioni previste dalle norme ambientali. Altrimenti e' rifiuto

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Il coke da petrolio o pet-coke, commercializzato e destinato alla combustione, può essere utilizzato come combustibile solo alle condizioni previste per il suo utilizzo dal D.Lgs. n. 152/2006, c.d. Testo Unico Ambientale, nella Parte V art.293 (inquinamento atmosferico).
La disciplina dei rifiuti era ed è ancora – dopo le modifiche apportate dal D.Lgs. 16 gennaio 2008 n. 4 – pienamente operante ed applicabile ove il coke, commercializzato e destinato alla combustione, risulti non soddisfare le condizioni di legge per tale utilizzo.

Lo afferma la Cassazione che, con sentenza n.1985/2015, nega fondatezza alla tesi per la quale l’esclusione del coke da petrolio dal campo di applicazione della parte IV del D.Lgs. n. 152/2006 (gestione rifiuti) opererebbe in ogni caso a prescindere dal verificarsi o meno delle prescritte condizioni per il suo utilizzo come combustibile. Ciò comporta che nell’ipotesi in cui sia presente una quantità̀ di zolfo eccedente la soglia massima prevista dall’Allegato X al TUA (disciplina dei combustibili), il pet-coke sia da considerare rifiuto.

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Cos’è il  pet-coke?

Il coke petrolifero (detto anche pet coke, abbreviazione di petroleum coke) è un carbone ottenuto attraverso la carbonizzazione di alcune frazioni prodotte durante la distillazione del petrolio e può venire utilizzato anche come combustibile solido al posto del coke minerale. L’alto potere calorifico e il basso contenuto in ceneri lo rendono un buon carburante ma il suo elevato tenore di zolfo ne fa un combustibile altamente inquinante. Occorre pertanto impiegarlo in ambiti in cui sia presente un’adeguata presenza di filtri di depurazione dei fumi per evitare la dispersione di sostanze inquinanti nell’ambiente.

IL CASO

Al rappresentante di una azienda di combustibili era stato contestato, in concorso con i legali rappresentanti di altre società̀, di avere svolto attività̀ di gestione di rifiuti non autorizzata, importando, stoccando e – per quanto riguardava la sua specifica condotta – acquistando e successivamente rivendendo 4340 t di pet-coke, aventi un tenore di zolfo superiore al 6% e una percentuale di materie volatili superiore al 14%, eccedenti i limiti di legge, come tali da considerarsi rifiuti pericolosi.  Era stata inoltre contestata la gestione non autorizzata di 700 t di pet-coke acquistati dalla stessa società, aventi un contenuto di zolfo e materie volatili superiore ai limiti di legge, come tali da considerarsi rifiuti pericolosi.
Il Tribunale dichiarava non doversi procedere per intervenuta prescrizione dei reati, con confisca di quanto in sequestro. La sentenza veniva impugnata dagli imputati.

IL RICORSO

Secondo la prospettazione difensiva, negli atti era presente la prova evidente dell’innocenza dell’imputato, perché vi era un’analisi chimica che certificava la perfetta corrispondenza del pet-coke ai parametri legislativi: dalla stessa emergeva che la percentuale di zolfo era del 5,94% e la percentuale di materie volatili era dell’11,80%. Si sarebbe trattato, comunque, di un sottoprodotto di cui all’art. 184-bis D.Lgs. n. 152/2006  e non di un rifiuto.

Veniva inoltre prospettata la violazione degli artt. 183 e 184-bis D.Lgs. n. 152/2006  nonché dell’art. 240, secondo comma, n. 2), cod. pen., perché la confisca sarebbe stata disposta nonostante il pet-coke sequestrato avesse percentuali di zolfo e materie volatili inferiori ai limiti legali. Sosteneva inoltre che il pet-coke era classificato come combustibile anche nell’originaria versione dell’art. 293 D.Lgs. n. 152/2006  il quale precisava che potevano essere utilizzati esclusivamente combustibili previsti per gli impianti disciplinati dal titolo I e dal titolo II della parte quinta dello stesso decreto dall’Allegato X alla parte V dello stesso decreto e alle condizioni ivi fissate.

Il ricorrente lamentava, in primo luogo, l’erronea applicazione della confisca alla fattispecie di cui all’art. 256, comma 1: secondo la difesa, poiché la confisca non sarebbe consentita in caso di discarica abusiva, sarebbe una contraddizione ritenerla consentita nella meno grave ipotesi di gestione abusiva di rifiuti. In ogni caso, sarebbe mancato nella fattispecie in esame l’accertamento del presupposto di fatto che avrebbe consentito l’applicazione dell’art. 240, secondo comma, n. 2), cod. pen.

In secondo luogo, veniva lamentata la carenza di motivazione quanto alla concentrazione di zolfo del pet-coke oggetto di sequestro, in mancanza dell’analisi degli idrocarburi policiclici aromatici, come sostenuto in un parere della Agenzia regionale per l’ambiente della Puglia del 7 ottobre 2010, che non sarebbe stato preso in considerazione dal Tribunale.

COSA DICE LA CASSAZIONE

Per la Corte di Cassazione  i ricorsi erano da accogliersi limitatamente alla questione della confisca.
Infatti, quanto alla responsabilità̀ penale, preliminarmente è stato affermato il principio secondo cui il coke da petrolio (pet-coke), commercializzato e destinato alla combustione, può essere utilizzato – sia in forza della disciplina vigente nel 2007 sia in forza di quella attualmente vigente – come combustibile solo alle condizioni previste dall’art. 293 D.Lgs. n. 152/2006 che prescrive che, negli impianti disciplinati dal titolo I e dal titolo II della parte V, inclusi gli impianti termici civili di potenza termica inferiore al valore di soglia, possono essere utilizzati esclusivamente i combustibili previsti per tali categorie di impianti dall’Allegato X (disciplina dei combustibili) alla parte V del medesimo D.Lgs. n. 152/2006, alle condizioni ivi fissate. Solo in tal caso opera il disposto del precedente art. 185 che, nell’elencare le sostanze che non rientrano nel campo di applicazione della parte IV del medesimo decreto, contemplava (prima della riformulazione della disposizione ad opera del decreto correttivo n. 4/2008) il coke da petrolio utilizzato come combustibile per uso produttivo; cosicché non trovava applicazione a tale sostanza la disciplina autorizzatoria della gestione dei rifiuti.

Quest’ultima invece era – ed è tuttora – pienamente operante ed applicabile ove il coke, commercializzato e destinato alla combustione, risulti non soddisfare le condizioni di legge per tale utilizzo, come nell’ipotesi in cui sia presente una quantità̀ di zolfo eccedente la soglia massima prevista dall’Allegato X cit., e si richieda, quindi, un trattamento per rientrare nei limiti della soglia di utilizzabilità.

In effetti il TUA ha previsto (art. 185) che non rientrano nel campo di applicazione della parte IV D.Lgs. n. 152/2006, tra l’altro, il coke da petrolio utilizzato come combustibile per uso produttivo. Ma l’esclusione del coke da petrolio dalla nozione di rifiuto deve leggersi – in attuazione del principio di precauzione – in stretta connessione con la disciplina del coke da petrolio come combustibile: la previsione dell’art. 185, si saldava, dunque, con quella del successivo art. 293, che richiama l’Allegato X alla parte V del medesimo D.Lgs. n. 152/2006. Tale allegato, nell’elencare i combustibili di cui è consentito l’utilizzo negli impianti di cui al titolo I, ha espressamente previsto il coke da petrolio a determinate condizioni:

a) negli impianti di combustione con potenza termica nominale uguale o superiore a 50 MW è consentito l’utilizzo di coke da petrolio con contenuto di zolfo non superiore al 3% in massa e rispondente alle caratteristiche indicate alla parte seconda, sezione 2, paragrafo 1, riga 7;

b) negli impianti di combustione di potenza termica nominale uguale o superiore a 300 MW è consentito l’uso di coke da petrolio con contenuto di zolfo non superiore al 6% in massa e rispondente alle caratteristiche indicate nella parte seconda, sezione 2, paragrafo 1, riga 8.

È solo rispettando queste prescrizioni che il coke da petrolio, commercializzato e destinato alla combustione, può̀ essere utilizzato come combustibile, senza che trovi applicazione per esso la disciplina autorizzatoria della gestione dei rifiuti. Tale interpretazione – fondata sulla disciplina vigente al momento dei fatti (dicembre 2007) – trova conferma nell’art. 2, comma 22, D.Lgs. n. 4/2008 il quale, nel sostituire l’art. 185 richiamato, non ha più̀ previsto l’esclusione del coke da petrolio dall’ambito di applicazione della disciplina dei rifiuti, ferma restando la disciplina del suo utilizzo come combustibile alle condizioni suddette.

E’ stata quindi disattesa la tesi in diritto sostenuta dai ricorrenti secondo cui l’esclusione del coke da petrolio dal campo di applicazione della parte IV del D.Lgs. n. 152/2006 opererebbe in ogni caso a prescindere dal verificarsi, o meno, delle prescritte condizioni per il suo utilizzo come combustibile (…)

Il testo completo del commento è pubblicato sul n.5/2015 di Ambiente&Sviluppo

 

LA MASSIMA

Il coke da petrolio (pet-coke), commercializzato e destinato alla combustione, può essere utilizzato – sia in forza della disciplina vigente nel 2007 sia in forza di quella attualmente vigente – come combustibile solo alle condizioni previste dall’art. 293 D.Lgs. n. 152/2006, che prescrive che, negli impianti disciplinati dal titolo I e dal titolo II della parte quinta, inclusi gli impianti termici civili di potenza termica inferiore al valore di soglia, possono essere utilizzati esclusivamente i combustibili previsti per tali categorie di impianti dall’Allegato X alla parte quinta del medesimo D.Lgs. n. 152/2006, alle condizioni ivi fissate. Solo in tal caso opera il disposto del precedente art. 185, che, nell’elencare le sostanze che non rientrano nel campo di applicazione della parte quarta del medesimo decreto, contemplava (al comma 1, lettera i, prima della riformulazione della disposizione ad opera del decreto correttivo n. 4/2008, art. 2, comma 22) il coke da petrolio utilizzato come combustibile per uso produttivo.

 

 

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L’autore

Vincenzo Paone

Dal 1979  in magistratura, attualmente svolgo la funzione di Sostituto Procuratore della Repubblica in Asti.

Mi sono sempre occupato  della materia relativa all’inquinamento (con riferimento ai rifiuti, all’acqua, all’aria), della materia edilizia/urbanistica e della sicurezza ed igiene sul lavoro.

Ho pubblicato nel 1993, presso la casa editrice UTET, il volume “I reati in materia di inquinamento”, facente parte della collana “Giurisprudenza sistematica di diritto penale” a cura di Bricola e Zagrebelsky; nel 2008 ho pubblicato presso la casa editrice Giuffrè, il volume “La tutela dell’ambiente e l’inquinamento da rifiuti”; nel 2011 presso la casa editrice CEDAM, ho collaborato al volume “La tutela dell’ambiente. Profili penali e sanzionatori”, con il capitolo “La gestione dei rifiuti: i reati”.

Collaboro stabilmente alla rivista Ambiente e sviluppo.

 

 

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