Calcestruzzo 2.0: il cemento verde, muschi e licheni per colorare le citta' | Edilone.it

Calcestruzzo 2.0: il cemento verde, muschi e licheni per colorare le citta’

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Sembra una contraddizione in termini: un materiale inerte come il cemento reso “vivo” dall’innesto di minuscole pianticelle in grado di distribuirsi sulla superfice e cambiare colore con le stagioni. Questa nuova miscela, sviluppata dai ricercatori dell’Università Politecnica della Catalogna–Barcellona Tech, si potrà anche qualificare, una volta commercializzata, come un diretto concorrente dei cementi fotocatalitici o del classico verde pensile per l’utilizzo su pareti verticali.

Il principio da cui è scaturita l’idea all’origine della ricerca e della successiva sperimentazione per l’utilizzo di questo “cemento verde” in edilizia è piuttosto usuale in natura: si tratta del fenomeno per cui vegetali come muschi e licheni trovano senza difficoltà l’habitat per svilupparsi anche su rocce pure, purché dotate di particolare porosità.

Dunque la classica miscela cementizia è stata arricchita dai ricercatori catalani con microorganismi e opportuni materiali organici in grado di supportarne la crescita in parete. Si tratta al momento di microalghe, funghi e appunto muschi e licheni che possono crescere grazie ad una provvidenziale riduzione del livello di acidità della composizione cementizia che, una volta miscelata per dare origine al calcestruzzo, presenta un pH pari a 8.

Per abbassare il pH, nel cemento viene aggiunto, il fosfato di magnesio, un legante idraulico già noto in odontoiatria, ovviamente sano da un punto di vista antropico, perché usato per le otturazioni. Al fine di supportare la colonizzazione dei microorganismi biologici è stato necessario creare una sorta di substrato colturale impermeabilizzato che imprigionasse l’acqua piovana impedendole di penetrare dalla parte degli elementi strutturali evitando appunto infiltrazioni pericolose e allo stesso modo di evaporare dal lato più superficiale, mantenendola in pratica “prigioniera” esclusivamente nello strato in cui prolificano le pianticelle.

Per tornare al discorso “muschio su pietra”, i ricercatori hanno provveduto a condizionare la miscela cementizia in modo da accrescerne la bio-ricettività, oltre che sul livello di alcalinità, aumentando anche la porosità e la rugosità in superficie. 

Un cemento in quattro strati

Si possono pertanto riassumere le caratteristiche di questo bio-cemento come quelle di una miscela stratiforme a quattro livelli: sopra il cosiddetto strato strutturale, perché ovviamente la sua funzione primaria deve rimanere quella per cui il re dei materiali edili nacque oltre 150 anni fa, sono stati sviluppati altri tre strati: il secondo livello è rappresentato da una patina impermeabile che protegge lo strato strutturale da possibili infiltrazioni di acqua; Il livello successivo è quello biologico vero e proprio dove avviene la crescita dei microrganismi vegetali ed è impermeabilizzato in modo da trattenere l’acqua piovana al suo interno. Infine il quarto e ultimo strato, quello più esterno è un rivestimento che ha lo scopo principale di evitare l’evaporazione troppo repentina dell’acqua piovana che si deposita sul substrato colturale che può così alimentare le micro-piante.

Questo nuovo materiale potrebbe arrivare presto sul mercato, grazie all’acquisto del brevetto da parte di un’azienda catalana, la Escofet 1886, società specializzata in particolare nell’arredamento di design e nelle pavimentazioni. Il biocemento diventerà probabilmente una valida alternativa alla già nota versione fotocatalitica del calcestruzzo oppure alle stesse coperture a verde, sia per pareti verticale, sia per altre soluzioni di arredo urbano. Fra le aziende italiane è ad esempio la Manini Prefabbricati di Santa Maria degli Angeli (PG) ad aver intrapreso un percorso di collaborazione con le Università che porterà presto alla commercializzazione da parte dell’azienda umbra del biocemento per pareti verticali e arredo urbano.

Grazie alla patina biologica che cresce sulla superficie esterna del rivestimento è in grado di assorbire CO2, come tutte le piante del mondo del resto, ma anche di dare un contributo importante riguardo l’isolamento termico degli edifici, con il vantaggio, rispetto alle coperture a verde verticale tradizionali, di non necessitare né di strutture di sostegno né di sistemi di irrigazione dedicati in quanto è sufficiente l’acqua piovana per sostenere la crescita a verde dei microorganismi. Vi sono poi aspetti estetici ed architettonici molto interessanti, ancora in fase di sperimentazione, che prevedono colori cangianti delle superfici a seconda delle stagioni e delle microcolture predominanti.

 

 

 

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