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Ambiente: rischio desertificazione in Italia

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In Italia le aree più vulnerabili sono pari a 16.500 Km2, circa il 5,5% del territorio nazionale con la Puglia, la Basilicata, la Calabria, la Sicilia e la Sardegna tra le aree maggiormente interessate dal fenomeno. Calcolando una sensibilità media al rischio desertificazione, secondo gli ultimi calcoli del progetto Dismed (Desertification Information System for the Mediterranean), ad essere predisposto è circa il 30% del territorio italiano.

Nel ”Libro bianco sui suoli” dell’Apat, in corso di pubblicazione, le cause illustrate vengono classificate come appartenenti a diversi tipi.
Innanzitutto si indicano i fattori di pressione. Le caratteristiche climatiche dell’Italia, la morfologia del territorio ed il suo uso interessano aree sempre più vaste con processi d’impoverimento delle qualità chimiche, fisiche e biologiche dei suoli. Nell’ambito del clima, i fenomeni d’aridità, ovvero la contemporanea scarsità di piogge e forte evapotraspirazione, sottraggono umidità ai terreni e alla vegetazione; poi c’è la siccità, un fenomeno che colpisce anche aree non aride quando le precipitazioni sono sensibilmente inferiori ai livelli normalmente registrati; l’erosività della pioggia si manifesta quando precipitazioni brevi e intense colpiscono terreni privi di copertura vegetale e l’impatto delle gocce di pioggia disgrega il suolo.

Tra le cause legate all’uomo, compaiono le attività socio-economiche ed il loro impatto. È il caso di agricoltura, zootecnia, gestione delle risorse idriche, incendi boschivi, industria, urbanizzazione, turismo, discariche, attività estrattive. Sono tutti settori che determinano un uso competitivo delle risorse naturali (suolo, acqua e vegetazione/biodiversità) con il conseguente sovrasfruttamento rispetto alle reali disponibilità.

Nel caso delle risorse idriche, in Italia, il sovrasfruttamento sta compromettendo la ricchezza di acque sotterranee, a causa di un uso incontrollato della risorsa con prelievi eccessivi e non pianificati.

I casi più estremi dello sfruttamento sono localizzati in alcune regioni del nord (Trentino, Valle d’Aosta, Liguria) e del centro-sud (Abruzzo, Lazio, Puglia, Calabria e Basilicata). Le punte minime di sfruttamento si riscontrano in Umbria, Campania ed Emilia-Romagna. L’ultimo decennio, in particolare, ha vissuto un raddoppio della quantità di acqua attinta da corpi d’acqua superficiali.

In specifiche regioni d’Italia sono presenti altri fattori, come quelli relativi al grado di salinità dei suoli. Ciò succede prevalentemente nella bassa Pianura Padana e lungo le aree costiere tirreniche e ioniche.

Altro problema è infine quello della contaminazione delle aree industriali, minerarie (soprattutto quelle abbandonate) e grandi vie di comunicazione: incendi, cemento, discariche e attività estrattive.

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