Ambiente Italia, il rapporto 2013 di Legambiente | Edilone.it

Ambiente Italia, il rapporto 2013 di Legambiente

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Aumento delle fonti rinnovabili, riduzione della produzione di rifiuti e delle emissioni inquinanti, crescita nelle vendite di biciclette. Sono questi i (pochi) dati positivi raccolti in nell’edizione 2013 di Ambiente Italia dal titolo “L’Italia oltre la crisi”, il rapporto realizzato da Legambiente, in collaborazione con l’Istituto Ambiente Italia, presentato ieri a Roma in un convegno. Lo studio presenta un’analisi degli ultimi dieci anni attraverso una serie di indicatori ambientali e sociali.

Guardando i risultati nel dettaglio, sul fronte energetico è proseguita nel 2012 la discesa dei consumi energetici nazionali che si sono attestati su valori inferiori a quelli del 2000. Il petrolio resta ancora la principale fonte (37,5%), mentre il 35% dei consumi deriva dall’impiego di gas naturale, il 13,3% è dato dalle rinnovabili e il 9% dall’uso di carbone. Nel bilancio energetico nazionale crescono le fonti rinnovabili, che arrivano a rappresentare il 28% della produzione complessiva, valore quasi raddoppiato rispetto a 10 anni fa. Sono ancora in rapidissima crescita la produzione eolica (+34%) e quella fotovoltaica (+72%).

Passando alle emissioni, nel 2011 quelle di CO2eq sono stimate a 490 milioni di tonnellate, circa il 5% in meno del livello 1990. Nel 2011 la produzione di energia ha rappresentato il 31% del totale delle emissioni climalteranti italiane, i trasporti il 27%, l’energia per usi civili il 20%, l’energia per l’industria il 14%, l’agricoltura il 7,8%, i processi industriali il 7,5% e, infine, i rifiuti il 4,2%.  L’Italia rimane il quarto paese europeo per emissioni dopo Germania, Regno Unito e Francia.

Le riduzioni più consistenti si registrano per quei composti di cui è stato eliminato o fortemente ridotto l’utilizzo – come il piombo o l’anidride solforosa – o per cui sono state imposte specifiche misure di controllo e depurazione. Di gran lunga meno efficaci i risultati sulle emissioni polveri sottili, che si sono ridotte su scala europea del 26% e del 17% in Italia sul periodo 1990-2010, ma sono cresciute nel 2010 rispetto al 2009, sia nella Ue sia in Italia. La riduzione delle emissioni di metalli pesanti, in alcuni casi altamente tossici e cancerogeni, è stata rilevante su scala europea, ma molto più bassa in Italia. Anche per gli inquinanti organici persistenti, come i pcb o le diossine, le riduzioni conseguite in Italia sono state meno ampie rispetto a quelle medie europee.

A livello di mobilità, la motorizzazione privata e le percorrenze in auto in Italia sono sempre tra le più alte d’Europa. Nonostante il declino delle nuove immatricolazioni, il tasso di motorizzazione continua a crescere e rimane ai vertici dell’Unione europea e del mondo. Nel 2011 siamo ormai sopra le 60 auto ogni 100 abitanti, rispetto alle 50 della Germania e alle 47 della media dell’Unione europea. Anche le percorrenze automobilistiche in Italia sono superiori alla media europea (il 22% in più) e a quelle della maggior parte degli altri Paesi europei.

Nel 2011, per la prima volta, le vendite di biciclette nuove hanno superato in Italia le immatricolazioni di nuove auto. Le nuove immatricolazioni sono passate dalle 42-43 auto ogni 1.000 abitanti degli inizi 2000 – a fronte di una media di 38 auto per 1.000 abitanti nell’area euro – al minimo di circa 29 auto ogni 1.000 abitanti raggiunto nel 2011. Le vendite di biciclette invece, storicamente pari a circa i 2/3 delle nuove auto, hanno subito un rallentamento meno vistoso e in quell’anno hanno uguagliato e superato quelle delle auto. Comunque le vendite di biciclette sono largamente inferiori alla media europea.

Nel settore dei rifiuti, nel 2011 la produzione di quelli urbani ha subito una caduta, grazie ai primi risultati delle politiche degli enti locali ma anche per effetto della riduzione dei consumi, attestandosi a circa 31,5 milioni di tonnellate. Il pro capite scende a poco più di 510 kg/abitante, il valore più basso dal 2000. Negli anni 2000-2009 in Italia la produzione dei rifiuti urbani aveva continuato a crescere con un tasso quasi doppio rispetto al Pil: +11% la produzione dei rifiuti, +5,2% il Pil. Prosegue invece, anche se senza grandi balzi in avanti, la percentuale delle raccolte differenziate stimata al 37% nel 2011, con un modesto incremento sul 2010. Permane ancora un grande scarto tra le regioni settentrionali – in gran parte oltre il 50% – e le regioni centro-meridionali, con tassi di riciclo più modesti e nelle regioni meridionali generalmente inferiori al 20% con la sola eccezione della Sardegna.

L’illegalità ambientale in questi ultimi 10 anni non è mai diminuita: le infrazioni accertate nel 2001 erano 31.201 e, oggi, sono 33.817. Le persone denunciate o arrestate erano 25.890 mentre oggi sono 28.274. Assai preoccupante, nello stesso periodo, l’aumento dei numeri relativi alle quattro regioni tradizionalmente a rischio – Campania, Calabria, Puglia e Sicilia -, con le infrazioni che passano da 15.708 a 16.116; le persone denunciate o arrestate che passano da 9.794 a 12.824 e i sequestri che salgono da 3.919 a 4.395.

Anche nel ciclo dei rifiuti le infrazioni sono aumentate, passando da 1.734 a 5.284 (da 687 a 2.039 nelle 4 regioni a rischio), così come per l’annoso problema dell’abusivismo edilizio che grazie ai reiterati annunci di condono edilizio e alla scarsa attuazione della politica degli abbattimenti, ha visto il fenomeno passare dalle 25mila infrazioni del 2001 alle 27 mila attuali, mentre il business totale delle ecomafie è aumentato dai 14,3 miliardi di euro del 2001 ai 16,6 miliardi di euro del 2011.

La tassazione ambientale nel 2011 è stata pari a 43,9 miliardi di euro, composta per il 75% da tasse energetiche, e in particolare dalle accise petrolifere, per il 23,5% da tasse automobilistiche (10,3 miliardi di euro) e per il resto, meno di 500 milioni di euro, da tributi di discarica e altre imposte. Le tasse ambientali sono oggi significativamente inferiori rispetto agli inizi degli anni 2000 (nel 2001 erano il 3% del Pil e il 10,5% del totale delle entrate). In tutta l’Unione europea, tra il 1995 e il 2010, l’Italia è il paese con la maggiore contrazione dell’incidenza delle tasse ambientali sul Pil e, assieme a Grecia e Portogallo, dell’incidenza sulle entrate tributarie.

Il declino del Belpaese negli ultimi 10 anni è evidente in alcuni settori come l’industria, dove dai grandi poli chimici e manufatturieri del passato si è passati ad avere solo grandi aree inquinate da bonificare, zone depresse dal punto di vista occupazionale e nessuna prospettiva di sviluppo del settore. Da Taranto a Brindisi, da Porto Vesme in Sardegna a Piombino fino alla Ferriera di Servola a Trieste, dai poli chimici o petroliferi di Gela, Augusta-Priolo-Melilli fino a Porto Torres e Terni senza dimenticare la raffineria Api di Falconara e il petrolchimico di Porto Marghera. Tutti poli industriali realizzati durante il boom economico anche in luoghi pregiati e che, pur essendo inseriti sin dal 1998 nel Programma di Bonifica del Ministero dell’Ambiente, risultano ancora ben lontani dal risanamento.

In tema di dissesto idrogeologico, se fino al 2000 le alluvioni e le frane coinvolgevano mediamente 4 regioni ogni anno, negli ultimi dieci anni il numero di territori coinvolti è raddoppiato, passando a 8. Così come sono aumentati i fenomeni meteorici che prima risultavano eccezionali.

Negli ultimi 10 anni solo 2 miliardi di euro sono stati effettivamente erogati per attuare gli interventi previsti dai Piani di assetto idrogeologico redatti dalle Autorità di bacino, per uno stanziamento totale di 4,5 miliardi di euro. Nell’ultimo ventennio i danni da frane e alluvioni sono costati circa 30 miliardi di euro (fonte Ispra) e solo negli ultimi tre anni lo Stato ha speso circa un milione di euro al giorno per coprire solo parte dei danni provocati su tutto il territorio.

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